“Il più esteso fenomeno di doping e corruzione della storia dello sport moderno”. Così Richard Pound, presidente della Commissione di Inchiesta dell’Agenzia Mondiale Antidoping (Wada), ha descritto lo “scandalo doping” nell’atletica leggera lunedì scorso a Ginevra presentando un rapporto sulla base di migliaia di pagine di documenti e testimonianze confidenziali raccolte negli ultimi sei mesi.
Le conclusioni delle indagini modificheranno ora i risultati delle ultime competizioni di atletica leggera. Molti atleti russi, infatti, hanno gareggiato nonostante le autorità sportive di Mosca fossero a conoscenza della loro positività ad alcune sostanze dopanti. E, cosa ancora più grave, l’uso di doping fra gli atleti russi non coinvolge soltanto il comitato olimpico nazionale, il ministero dello sport e l’agenzia antidoping russa (Rusada), ma anche alcuni membri della Iaaf (la federazione internazionale di atletica) e della Wada stessa. Le indagini in corso sono coordinate dall’Interpol e dalla polizia francese.
Il meccanismo attraverso cui gli atleti russi si dopavano e quello che proteggeva chi imbrogliava era minuzioso, potente e virtualmente infallibile. Tutto parte dalle confessioni di un ispettore della Rusada. Le 323 pagine del rapporto Wada raccontano tutto. C’erano uomini del Fsb (l’ex Kgb) che seguivano l’ispettore della Rusada passo passo durante le operazioni di prelievo di sangue e urine. Gli agenti del Fsb pretendevano di sapere i codici delle provette, tenendo informati i tecnici che si preparavano ad alterarle. E sul conto corrente di Grigory Rodchenko, direttore del laboratorio di analisi, protetto anch’egli dai servizi segreti, la Wada ha trovato regolari bonifici dagli atleti che volevano coprire le loro positività. Rodchenko infatti, manometteva costantemente le analisi. D’altronde il report accusa Rodchenko di aver distrutto 1417 test per evitare che l’inchiesta potesse scoprire la truffa. L’ordine sarebbe partito direttamente da Vitaly Mutko, ministro dello Sport.
Ma stupisce anche il fatto che gli ispettori abbiano scoperto l’esistenza, a Mosca, di un laboratorio di Stato “ombra”, più attrezzato di quello ufficiale. Secondo gli ispettori, questo laboratorio era specializzato nel neutralizzare i campioni biologici positivi e conservava grandi quantità di urina “pulita” per eventuali cambi o manomissioni. Insieme a questi, Sergey Portugalov, capo della commissione medica federale russa, sotto lauto pagamento, procurava e dosava il doping agli atleti.
Tra le altre raccomandazioni del report c’è la richiesta di squalificare a vita cinque atleti, quattro tecnici e un dirigente. Tra loro ci sono l’oro e il bronzo degli 800 femminili al Giochi di Londra: Marya Savinova eEkaterina Poistogova.
Il meccanismo attraverso cui gli atleti russi si dopavano e quello che proteggeva chi imbrogliava era minuzioso, potente e virtualmente infallibile. Tutto parte dalle confessioni di un ispettore della Rusada. Le 323 pagine del rapporto Wada raccontano tutto. C’erano uomini del Fsb (l’ex Kgb) che seguivano l’ispettore della Rusada passo passo durante le operazioni di prelievo di sangue e urine. Gli agenti del Fsb pretendevano di sapere i codici delle provette, tenendo informati i tecnici che si preparavano ad alterarle. E sul conto corrente di Grigory Rodchenko, direttore del laboratorio di analisi, protetto anch’egli dai servizi segreti, la Wada ha trovato regolari bonifici dagli atleti che volevano coprire le loro positività. Rodchenko infatti, manometteva costantemente le analisi. D’altronde il report accusa Rodchenko di aver distrutto 1417 test per evitare che l’inchiesta potesse scoprire la truffa. L’ordine sarebbe partito direttamente da Vitaly Mutko, ministro dello Sport.
Ma stupisce anche il fatto che gli ispettori abbiano scoperto l’esistenza, a Mosca, di un laboratorio di Stato “ombra”, più attrezzato di quello ufficiale. Secondo gli ispettori, questo laboratorio era specializzato nel neutralizzare i campioni biologici positivi e conservava grandi quantità di urina “pulita” per eventuali cambi o manomissioni. Insieme a questi, Sergey Portugalov, capo della commissione medica federale russa, sotto lauto pagamento, procurava e dosava il doping agli atleti.
Tra le altre raccomandazioni del report c’è la richiesta di squalificare a vita cinque atleti, quattro tecnici e un dirigente. Tra loro ci sono l’oro e il bronzo degli 800 femminili al Giochi di Londra: Marya Savinova eEkaterina Poistogova.
Nessun commento:
Posta un commento