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Greggio e Cina sotto osservazione oggi nelle sale operative dei mercati finanziari.
La Cina per l’andamento del Pil, previsto in decelerazione. Il greggio per l’effetti Iran.
Infatti il petrolio ha accelerato la corsa al ribasso, dopo che le sanzioni verso l’Iran sono state ufficialmente rimosse: una normalizzazione dei rapporti internazionali che mette Teheran nelle condizioni di tornare a pompare altri barili di greggio in un mercato già di per sé saturo, come spiegato ieri su Formiche.net in questo articolo di approfondimento.
La ricomparsa sulla scena mondiale come protagonista di uno dei maggiori produttori di oro nero, ossia Teheran, rischia di alimentare ancor di più quell’eccesso di domanda determinato dalla politica dell’Opec, che ha preferito difendere le sue quote di mercato a danno dei produttori Usa, piuttosto che stringere i rubinetti per tenere i prezzi un po’ più alti.
Proprio oggi, il cartello ha precisato che il 2016 “sarà l’anno in cui inizia il processo di riequilibrio”, con la riduzione delle produzioni dei Paesi non-Opec. Il timore dei mercati di dover fronteggiare ancora una fase di sovra-abbondanza di petrolio è ancora ben presente, tanto che il Brent e il Wti quotano ampiamente sotto 30 dollari al barile: nel primo caso si arriva a toccare un minimo sotto 28 dollari al barile, salvo poi risalire in area 28,6 dollari, a livelli mai raggiunti negli ultimi dodici anni. Anche nel caso del benchmark americano, la quotazione è intorno ai 29 dollari al barile.
Ha scritto l’editorialista Guido Salerno Aletta: “Per indebolire la Russia con i bassi prezzi del petrolio, anche l’Arabia Saudita soffre: tutti i Paesi produttori sono in difficoltà, si indebitano e vendono asset, mentre gli Usa hanno fatto il pieno con lo shale gas”.
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