martedì 19 gennaio 2016

ORIGENE CONTRO LA REINCARNAZIONE


Origene, contro i sostenitori della metensomatosi, trae dalla Sacra Scrittura le proprie argomentazioni per confutare tale teoria, sia citando il testo biblico, sia appoggiandosi sull’antropologia biblica (l’uomo come immagine di Dio), sia infine richiamando la dottrina sulla risurrezione, come è presentata specialmente nel Nuovo Testamento.

Introduzione

Pubblicato in Gilles Dorival et Alain Le Bolluec (edd.), Origeniana Sexta. Origène et la Bible /Origen and the Bible. Actes du “Colloquium Origenianum Sextum”, Chantilly 30 août – 3 septembre 1993 (Bibliotheca Ephemeridum Theologicarum Lovaniensium 118), Peeters /University Press, Leuven 1995, 251-276



Una questione che si ponevano gli autori dei trattati Perì psychês - specialmente di ispirazione platonica1 - riguardava la (eventuale?) trasmigrazione dell’anima in successivi corpi. Origene,2 attento alle problematiche filosofiche e teologiche, non poteva esimersi dall’accennare ad una simile dottrina, ed esplicitamente la richiama, nel quadro di possibili “quaestiones” sull’anima, nel Commento al Vangelo di Giovanni3 e nel Commento al Cantico dei Cantici.4 Numerose volte, poi, marginalmente cita tale teoria per evidenziarne l’assurdità e per confutarla o per distinguerla dalla risurrezione.5

Per metensomatosi Origene intende il passaggio di una stessa anima umana in successivi e diversi corpi,6 che possono essere animali,7 umani,8 astrali.9

Varie persone, per sostenere tale teoria, citavano passi biblici, suscettibili di essere interpretati – ovviamente secondo loro – in un senso favorevole alla trasmigrazione dell’anima.10 Dalle opere di Origene deduciamo che quattro gruppi di persone richiamavano episodi e affermazioni bibliche per avvalorare la loro tesi.

1) Alcuni cristiani – o che si pretendono tali – forse a livello “popolare”, lettori poco avveduti e per nulla critici (di scritti apocrifi?), come ricorda in Fragmenta in Prouerbia,11 nella parte finale di Perì Archôn I,8,4,12 in un frammento del De resurrectione, interpretando un passo paolino.13 Addirittura durante un’omelia (rivolta quindi ai cristiani), Origene vuole premunirsi contro alcuni suoi ascoltatori – malevoli o troppo semplici – che rischiano di fraintendere o interpretare erroneamente certe allusioni e simboli.14

2) Vari eretici gnostici, come Basilide e i suoi seguaci, i quali traggono insegnamenti errati da una falsa interpretazione di frasi evangeliche,15 e distorcono le parole dell’apostolo Paolo.16

3) Alcuni ebrei, che si ricollegavano a dottrine esoteriche.17

4) Persino qualche pagano, che fraintendendo espressioni bibliche (soprattutto a proposito della risurrezione), attribuiva ai cristiani la dottrina della metensomatosi.18

In questo mio contributo, mi limiterò a presentare l’argomentazione che Origene trae dalla Sacra Scrittura per confutare tale teoria, sia citando il testo biblico, esegeticamente interpretato in modo corretto, sia appoggiandosi sull’antropologia biblica (l’uomo come immagine di Dio), sia infine richiamando la dottrina sulla risurrezione, come è presentata specialmente nel Nuovo Testamento.

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1. Argomentazione di Origene contro i fautori della metensomatosi, partendo dal testo biblico.

1.1. Le parole stesse della Bibbia, così come suonano, contrastano la teoria della metensomatosi. A proposito di Elia / Giovanni Battista, Origene specifica:

a) L’angelo Gabriele (cf Lucas 1,35) non parla dell’”anima” di Elia, ma del suo “spirito” e della sua “potenza”:1 dunque non vi è stata trasmigrazione dell’anima di Elia nel corpo di Giovanni Battista.

b) La Scrittura distingue tra “spirito”, “potenza”, “anima”,2 ed ammette che lo spirito possa essere trasferito da una persona ad un’altra,3 come per esempio da Elia si posò su Eliseo (cf 4 Regum 4,15). In questo caso si tratta di spirito profetico.4 Dunque in forza di questo spirito e di questa potenza, Giovanni Battista è chiamato da Gesù “l’Elia che deve venire” (Matthaeus 11,14; cf anche 17,10-13).5 A differenza di Eliseo, Giovanni Battista non ebbe solo lo spirito, ma anche la potenza di Elia.6

Come conciliare dunque l’apparente contraddizione tra le parole di Gesù che riconosce in Giovanni Battista l’Elia atteso (cf Matthaeus 11,14 e 17,12-13)7 e quelle dello stesso Precursore che nega di esserlo (cf Iohannes1,21)? I sostenitori della metensomatosi ne traevano argomento per dire che il Battista non aveva coscienza di essere Elia, poiché – secondo loro – l’anima che si riveste di nuovi corpi dimentica le sue vite precedenti.8Origene ribatte che l’uomo di Chiesa saprà presentare un’esatta esegesi del passo, in palese contraddizione con la teoria della metensomatosi: Giovanni non era Elia che ora tornava con un nuovo corpo, né l’Elia che precedeva la venuta del Messia alla fine dei tempi.9

1.2. Nella Sacra Scrittura si afferma chiaramente che i demoni e i peccatori subiranno il castigo minacciato dal Signore: “Andate nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli” (Matthaeus 25,41), sebbene – puntualizza poi Origene – nella stessa pena sia diversa la quantità a seconda dei peccati più o meno gravi. Dunque le idee che le anime trasmigrino in corpi animali a punizione dei loro peccati o che il diavolo assuma corpi bestiali sono “invenzioni senza fondamento”.10

Analoga idea in un contesto polemico: contro i presunti maestri di saggezza pagani, che vorrebbero essere i medici delle anime,11 Origene dichiara che la dottrina cristiana “non insegna che il malvagio subirà, come punizione, la perdita della sensibilità e della ragione ma dimostra invece che le pene e i castighi inflitti da Dio ai malvagi sono rimedi per condurli alla conversione”.12

1.3. Dalle espressioni bibliche, interpretate in senso favorevole alla metensomatosi, deriverebbero assurdità e contraddizioni:

a) se Elia non era morto, ma era stato portato in cielo su un carro di fuoco (cf 4 Regum 2,11) non era possibile che “una sola anima, nel medesimo periodo, potesse animare due corpi (…): come può dunque un’anima che è incorporata trasmigrare in un altro corpo?”.13

b) Se è a causa dei peccati – secondo le teorie dei fautori della metensomatosi – che un’anima è sottoposta alla trasmigrazione, per quale peccato l’anima di Elia dovette passare in Giovanni? Dunque, conclude Origene, è “una menzogna evidentissima” che Elia, tanto perfetto da non subire la morte comune a tutti14 dovesse andare incontro alla pena della metensomatosi.15

c) Alla sua nascita, il Battista fu chiamato “Giovanni” dal padre Zaccaria, come aveva ordinato l’angelo (cf Lucas 1,13). Origene controbatte agli assertori della metensomatosi: “se quest’anima era Elia, bisognava anche chiamarlo Elia, essendo nato una seconda volta o portare un motivo dello scambio del nome, come da Abramo Abraham, da Sarai Sara, da Giacobbe Israele, da Simone Pietro”; ma in tutti costoro il cambiamento del nome si verificò in un’unica e medesima vita.16

d) Confutando le calunnie di Celso riguardanti gli illegittimi natali di Gesù,17 Origene accenna18 alla nascita miracolosa del Salvatore dalla Vergine per opera dello Spirito santo (cf Matthaeus 1,18.20 e Lucas 1,35) e alla profezia dell’Emmanuele (cf Isaias 7,14 e Matthaeus 1,23). Argomentando dunque “ad hominem” Origene incalza: come è possibile che Gesù, il salvatore e il maestro abbia avuto una nascita più vergognosa di tutte? “Non è più logico che ciascuna anima, introdotta nel corpo per motivi misteriosi – io parlo qui secondo la dottrina di Pitagora, di Platone, di Empedocle, che Celso sovente cita – sia introdotta in un corpo secondo i suoi meriti e il suo carattere precedente?”. Dunque, deduce Origene, l’anima di Gesù, che tanto influsso ed utilità avrebbe avuto sugli uomini, doveva essere unita ad un corpo superiore a tutti.19

e) A

proposito poi di Erode, il quale, sentendo parlare di Gesù, disse ai suoi servitori: “Quest’uomo è Giovanni risuscitato dai morti” (Matthaeus 14,1-2, commentato da Origene in Commentarii in Matthaeum 10,20), alcuni dicono che l’errore della metensomatosi fece credere ad Erode e ad alcuni del popolo che “colui che per sua nascita era stato una volta Giovanni era ritornato in vita dai morti ed era Gesù”. Origene risponde che tale “errore non ha alcuna verosimiglianza, poiché l’intervallo che separa la nascita di Giovanni da quella di Gesù non è oltre i sei mesi”. Il Maestro alessandrino qui ovviamente vuol dire che il corpo di Gesù e quello del Battista erano animati dalla rispettiva anima fin dagli inizi della loro esistenza terrena e quindi era impossibile che all’età di circa trent’anni Gesù abbandonasse la propria anima per accogliere quella del Battista che era stato decapitato da poco tempo.20

f) Coloro che dicevano che Gesù era il Battista non facevano un’affermazione fondata su “sane dottrine”, perché se avessero incontrato Gesù quand’era battezzato da Giovanni o se avessero sentito tale racconto da un altro, non avrebbero mai detto che Gesù era Giovanni. Se poi avessero compreso la frase di Gesù nei confronti del Battista: “se lo volete accettare egli è quell’Elia che deve venire” (Matthaeus 11,14) e se avessero inteso quelle parole come chi ha orecchi (cf Matthaeus 11,15), alcuni non avrebbero detto che egli [= Gesù] era lo stesso Elia.21

1.4. Alcune espressioni bibliche risulterebbero false, poiché l’evento da esse profetizzato non si realizzerebbe. La Scrittura afferma espressamente che il mondo è corruttibile:22 di conseguenza esso avrà un termine.23Invece, nel caso fosse ammessa la metensomatosi, il mondo non andrebbe più alla fine, perché vi sarebbero sempre anime trasmigranti in successivi corpi a causa dei peccati della precedente vita. Il fatto poi che nessuna anima, una volta che tutte si fossero purificate dai peccati, venga più in questo mondo, sarebbe in contraddizione con le parole bibliche secondo cui vi sarebbero ancora peccatori alla venuta escatologica del Figlio dell’uomo (cf Lucas 18,8; Matthaeus 24,37s).24

1.5. Il testo biblico non deve essere interpretato in modo errato o secondo vedute personali, come fanno i sostenitori della metensomatosi.

a) Essi infatti non hanno compreso che nel linguaggio allegorico gli animali rappresentano gli uomini peccatori, che si sono talmente degradati in senso morale da essere assimilati agli animali irrazionali. Tra i vari testi origeniani,25 uno dei più chiari contro la metensomatosi26 è il commento all’episodio della donna cananea (Matthaeus 15,21-28, in Commentarii in Matthaeum 11,17). Gesù le dice: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”; la cananea però, piena di fede e di umile attesa, replica: “E’ vero Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei padroni” (Matthaeus 15,26-27). Origene interpreta l’episodio anche in chiave allegorica: il pane è simbolo del nutrimento proprio di coloro che, per evoluzione spirituale, sono i figli e le briciole rappresentano il nutrimento di quelli simboleggiati nella cananea, che spiritualmente era assimilabile ad un cagnolino.

Poi con chiarezza dichiara l’Alessandrino: “Altri, estranei alla dottrina della Chiesa, pensino pure che le anime passano da corpi di uomini a corpi di bestie, secondo la loro diversa malvagità. Noi, che non troviamo affatto questo [concetto] nella divina Scrittura, diciamo che vi è passaggio da una condizione più spirituale ad una meno spirituale e che si subisce questo per la troppa noncuranza e negligenza. Ugualmente una volontà non spirituale, per aver trascurato il Logos, si converte a divenire spirituale, come colui che è stato un cagnolino accontentandosi di mangiare “le briciole che cadono dalla tavola dei suoi padroni” (Matthaeus 15,27), giunge alla condizione di figlio. Infatti la virtù contribuisce grandemente a renderci figli di Dio, invece la malvagità, il furore di parole violente e l’impudenza [contribuiscono] a farci trattare da cani secondo la parola della Scrittura: “il cane è tornato al vomito” (2 Petri 2,22, citando Prouerbia 26,11). E tu interpreterai allo stesso modo gli altri nomi tratti dagli animali privi di ragione”.27

b) Interpretando passi biblici in modo personale e arbitrario, l’eretico Basilide28 pretendeva di confermare la teoria della metensomatosi.29 Anche in questo caso “non è il testo della Scrittura ad orientare la concezione del mondo e dell’uomo, ma è all’inverso: una certa teoria “preesistente” decide della lettura del testo sacro. Inevitabilmente sarà una lettura frammentaria, spezzata, operante delle scelte arbitrarie, delle fratture fittizie nel testo, senza riguardo per il contesto”.30

Facendo l’esegesi del testo paolino di Ep. ad Romanos 7,9 (“Io però un tempo vivevo senza legge, ma non appena venne il precetto, il peccato rivisse e io invece morii”) in Commentarii in Ep. ad Romanos 5,1 , Origene chiarisce che tale passo si riferisce all’infanzia di Paolo.31 A questa logica e coerente spiegazione, il nostro Autore oppone quella di Basilide, che si avvale della suddetta frase per confermare la teoria della metensomatosi. Per questo eretico infatti l’espressione: “un tempo vivevo senza legge” significa che “prima di entrare in questo corpo, vissi in una specie di corpo che non ricadeva sotto la legge, come per esempio un corpo di pecora o di uccello”.32 A tale assurda spiegazione Origene rimprovera la non sufficiente attenzione al testo immediatamente seguente: “Ma non appena venne il precetto, il peccato rivisse”, e precisando che il peccato era morto e si era rifatto vivo nello stesso individuo, conclude che le parole dell’Apostolo vanno riferite ad un’unica e medesima vita e tale interpretazione corrisponde alla “ortodossia delle dottrine ecclesiastiche”.33

Poco dopo Origene confuta nuovamente una simile errata esegesi del suddetto passo paolino e, pur senza nominare esplicitamente Basilide e i suoi seguaci, tuttavia respinge concetti conformi alle teorie di questo eresiarca.34 Per il Maestro alessandrino dunque un’anima razionale, soggetta alla legge e alla responsabilità, non può essere vissuta nel corpo di un essere irrazionale.

1.6. Se il testo biblico è correttamente interpretato, non se ne traggono negative applicazioni e nefaste conseguenze, come fanno gli eretici. Origene, spiegando Matthaeus 24,7 (prima della fine del mondo “vi saranno pestilenze, carestie e terremoti”), reagisce di fronte alle pestifere idee di Basilide a proposito del martirio e della testimonianza da rendere “dinanzi agli uomini” (Matthaeus 10,32). Secondo il Maestro alessandrino, l’eresiarca denigra i martiri, insegna che il rinnegamento della fede è un atto indifferente,35 e che “non vi è altro castigo se non la trasmigrazione dell’anima [nei corpi] dopo la morte”. In tal modo elimina dagli uomini il salutare timore delle future pene e alimenta l’empietà.36

1.7. La Sacra Scrittura consiglia l’astinenza dalle carni per praticare la virtù della mortificazione, non per il mito della metensomatosi.

Trattando dell’astinenza dalla carne, praticata da varie categorie,37 Origene conferma che anche i cristiani con equilibrio e misura, da una parte non si inorgogliscono della loro astinenza, dall’altra non si accostano al cibo con ghiottoneria: infatti “non quello che entra nella bocca contamina l’uomo” (cf Matthaeus 15,11.17), né sarà certo un alimento ad avvicinarci a Dio (cf 1 Ep. ad Corinthios 8,8).38 Poi si affretta a precisare: “Nota però la differenza del motivo per cui si astengono dalle carni di esseri viventi i discepoli di Pitagora e i nostri asceti.39 Quelli praticano l’astinenza dagli esseri viventi a causa del mito della metensomatosi. E chi dunque “sarebbe così pazzo da elevare verso il cielo il suo figlio diletto e immolarlo, con invocazioni”?40 Noi al contrario, che pure pratichiamo questa astinenza, castighiamo il corpo e lo riduciamo in schiavitù (cf 1 Ep. ad Corinthios 9,27) e vogliamo mortificare “le nostre membra appartenenti alla terra: fornicazioni, impurità, impudicizia, passione, cattivo desiderio” (Ep. ad Colossenses 3,5) e facciamo di tutto per mortificare “le opere del corpo” (Ep. ad Romanos 8,13)”.41

Origene ritorna sull’argomento dell’astinenza dalla carni, soprattutto da quelle delle vittime sacrificate agli idoli, in Contra Celsum 8,28-32. Anzitutto nega che la Scrittura suggerisca di astenersi da certe vittime sacrificali “per seguire una tradizione patria”, ma lo fa per “rendere più forte e più pura la nostra vita”:42 a conferma di questo, egli cita vari passi biblici.43 I cristiani però si astengono assolutamente dalle carni offerte agli idoli, dagli animali soffocati e dal sangue (cf Acta Apostolorum 15,28-29) per non partecipare alla “mensa dei demoni” (1 Ep. ad Corinthios 10,21); inoltre condividono sì la bellissima sentenza di Sesto: “cibarsi delle carni è cosa indifferente, astenersene è cosa più ragionevole”,44 tuttavia non mangiano né carne né qualsiasi altro cibo se ciò implica un peccato di ghiottoneria o di gola, nocivo alla salute del corpo. Conclude poi Origene: “Tuttavia non ammettiamo assolutamente la metensomatosi dell’anima e la sua caduta negli animali irrazionali e se noi talvolta ci asteniamo dalla carne di animali, non è sicuramente per lo stesso motivo per cui lo faceva Pitagora”.45

1.8. Una giusta esegesi del testo biblico fa comprendere ai cristiani il vero significato delle azioni liturgiche: invece gli eretici lo stravolgono.

Il Maestro alessandrino, in Commentarii in Ep. ad Romanos 5,9, analizzando l’espressione paolina “corpo di peccato” (Ep. ad Romanos 6,6) e sostenendo che anche nei bambini vi sono innate macchie di peccato46 da lavare come confermano varie citazioni bibliche,47 ricorda che la Chiesa ha ricevuto dagli apostoli la tradizione di battezzare i bambini: appunto a causa di queste innate macchie, “il corpo stesso è chiamato “corpo di peccato” (Ep. ad Romanos 6,6), non (come ritengono alcuni tra quanti propongono la trasmigrazione delle anime in vari corpi) per quelle colpe che l’anima ha commesso stando in un corpo diverso,48 ma per il fatto stesso di essere stata generata in un corpo di peccato, di morte e di umiliazione, come anche ha detto quel tale: “Hai umiliato nella polvere l’anima nostra” (Psalmus 43,26)”.49

1.9. La sapienza della Parola di Dio, superiore e spesso contrapposta a quella del mondo, non insegna errate dottrine, ma talora cela la verità sotto i misteri.

a) Citando la frase di S. Paolo: “Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio” (1 Ep. ad Corinthios 3,18-19) e puntualizzando le parole dell’apostolo, Origene dichiara che noi diciamo “sapienza di questo mondo” ogni filosofia fondata su falsi concetti e ridotta al nulla (cf 2 Ep. ad Corinthios 2,6). Tra gli esempi di questa falsa sapienza egli cita la dottrina del Platonico, il quale “crede nell’immortalità dell’anima e a ciò che si dice della metensomatosi”: tale idea è derisa anche dagli Stoici.50

b) Un accenno indiretto alla superiorità delle Scritture è presente anche in un passo in cui l’Alessandrino contrappone i miti religiosi dei pagani alla verità “storica” della Bibbia sulla creazione e sulle vicende iniziali dell’umanità. “Se uno, che ammette la legge e il legislatore dei Giudei, riconduce tutto al Dio unico, creatore dell’universo, da Celso e dai suoi simili è considerato inferiore a colui che abbassa la divinità non solo a livello dei viventi razionali e mortali, ma anche a quello dei viventi irrazionali, il che sorpassa il mito della metensomatosi riguardante l’anima che cade dalla volta del cielo51 e discende fino agli animali irrazionali, non solo quelli domestici, ma anche quelli più feroci”.52

c) Origene riferendosi alle ripartizioni delle regioni terrestri, richiamate in modo velato sia da leggende e storie del popolo greco e di popoli stranieri, sia dalla Bibbia,53 fa un accenno misterioso ed arcano, quasi non volesse alzare il velo, alla dottrina delle anime che si incarnano nei corpi, respingendo la dottrina della metensomatosi: “Lungo e misterioso è il discorso intorno a questi argomenti, a cui ben si adatta la frase: “E’ bene tenere nascosto il segreto del re” (Tobias 12,7). Non sia affidata ad orecchie profane la dottrina delle anime che si legano ai corpi, non per metensomatosi, e non siano date ai cani le cose sante né le perle siano gettate ai porci (cfMatthaeus 7,6). Ciò sarebbe infatti un’empietà implicante un tradimento degli arcani oracoli della sapienza di Dio, della quale magnificamente è stato scritto: “In un’anima perversa non entrerà la sapienza, non abiterà in un corpo schiavo del peccato” (Sapientia 1,4)”.54

1.10. La comprensione delle Scritture esige umiltà ed un animo ben disposto: chi invece si accosta ad esse con animo superbo o peggio le mette in ridicolo non può certo comprenderle.

Così Celso – constata Origene amaramente – “non ha capito affatto il pensiero delle nostre Scritture e perciò combatte la sua opinione personale, non quella delle Scritture. Se avesse compreso quale destino attende l’anima nella eterna futura vita e che cosa si deve pensare della sua essenza e della sua origine, egli non avrebbe messo in burla, come fa, la venuta di un essere immortale in un corpo mortale, inteso non secondo la teoria platonica della metensomatosi, ma in una prospettiva più alta”. Tale prospettiva viene indicata subito dopo in riferimento ad “un’unica discesa straordinaria [= quella di Cristo], dovuta al grande amore per gli uomini, con lo scopo di ricondurre, come si esprime misticamente la Sacra Scrittura, “le pecore perdute della casa d’Israele” (Matthaeus 15,24), che erano discese dalla montagna”.55

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2. Argomentazione di Origene contro gli assertori della metensomatosi, appoggiandosi sull’antropologia biblica.

L’uomo, creato “ad immagine” di Dio (cf Genesis 1,26-27 e Ep. ad Colossenses 3,10), non può perdere tale immagine – a livello ontologico – per assumerne altre.

Secondo Origene l’uomo, composto di spirito, anima e corpo1 è stato creato “ad immagine” di Dio o, per essere più precisi, “ad immagine dell’immagine di Dio”, cioè del Logos.2 Anzi è proprio la parte razionale dell’anima che contiene la partecipazione dell’uomo all’immagine di Dio, i cui segni si riconoscono nell’esercizio della virtù.3 “La nostra principale sostanza (proēgoumenē upostasis)4 consiste nell’essere “immagine del Creatore” (Ep. ad Colossenses 3,10; cf Genesis 1,27)” afferma Origene.5 Dunque l’uomo, nella sua natura più profonda si definisce per la sua relazione a Dio. Questa immagine divina, dipinta dal Figlio di Dio (cf Homiliae in Genesim 13,4) può essere oscurata dal peccato,6 ad essa possono sovrapporsi l’immagine del diavolo o immagini bestiali, simboli dei vizi,7 ma non può mai essere cancellata: essa è indelebile, in quanto l’immagine divina è costitutivo essenziale per definire l’uomo.8

Origene esprime con chiarezza la convinzione che l’anima umana non potrà mai trasmigrare negli animali. Contro Celso che da platonico sembra velatamente insinuare “che tutte le anime sono della stessa specie9 e che l’anima umana non differisce affatto da quella delle formiche e delle api”, egli reagisce: “Questa è la logica di chi fa discendere l’anima dalla volta del cielo non solo nel corpo umano, ma anche in altri corpi;10 però i cristiani non crederanno mai a tali dottrine, perché essi hanno già appreso che l’anima è stata creata “ad immagine” di Dio (cf Genesis 1,27) e vedono che è impossibile che una natura fatta “ad immagine” di Dio perda del tutto le sue caratteristiche e ne assuma altre, plasmate ad immagine di non so chi, negli animali irrazionali”.11

Anche in altri passi Origene esprime la distinzione tra gli esseri razionali, creati a titolo primario e principale, e gli animali, esistenti a titolo secondario,12 plasmati successivamente, in conseguenza della caduta delle creature razionali; quindi davanti a Dio la loro importanza è inferiore rispetto a quella dell’uomo. E’ evidente dunque – argomenta il Dorival13 - che una simile distinzione esclude la trasmigrazione in corpi animali: come potrebbe l’anima di un uomo, creatura principale, divenire l’anima di un animale, creatura seconda?

Origene si accorda con gli Stoici per dire che l’uomo è “al di sopra di tutti gli esseri irrazionali” e che “la Provvidenza ha fatto tutte le cose principalmente per la natura razionale”.14

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3. Argomentazione di Origene contro i fautori della metensomatosi, richiamando la dottrina biblica sulla risurrezione (specialmente il Nuovo Testamento).

3.1. La risurrezione non è assimilabile alla metensomatosi.

Trattando della risurrezione, Origene rimprovera Celso di non aver compreso questa “dottrina, ampia difficile da spiegare (cf Ad Hebraeos 5,11), che richiede più d’ogni altra un uomo sapiente e perspicace per dimostrare quanto essa sia degna di Dio e sublime”.1 Non intendo qui abbordare questo vasto e complesso argomento, già trattato da altri studiosi,2 ma solo soffermarmi sull’impossibilità che la resurrezione sia simile alla metensomatosi.

Anzitutto il nostro Autore afferma: “Tale dottrina insegna che la tenda dell’anima, così definita secondo le Scritture (cf 2 Ep. ad Corinthios 5,4), nella quale i giusti sospirano “oppressi”, non volendo “venire spogliati” di essa, “ma sopravvestiti” (ibidem) possiede un principio seminale (logon… spermatos)”.3 Esso è una forza di crescita e di individuazione, resta immutabile fra tutte le trasformazioni del corpo, assicura la continuità e l’identità tra il corpo terreno e quello spirituale.4 Celso non ha capito questo concetto, poiché ne ha sentito parlare da gente sprovveduta.5 Origene, che già precedentemente in questa stessa opera ha trattato della resurrezione,6 aggiunge questa osservazione: “Non è certo – come pensa Celso – “per aver frainteso la dottrina della metensomatosi che noi parliamo di resurrezione””.7 Volendo dunque spiegare come differiscano tra loro queste due dottrine, Origene richiama alcune idee fondamentali sulla risurrezione, dedotte dalla Sacra Scrittura e confermate poi da un ragionamento filosofico.

Egli dunque chiarifica che “l’anima, per sua natura incorporea e invisibile, ha bisogno, quando si trova in un qualsiasi luogo corporeo, di un corpo appropriato per sua natura a quel luogo”.8 Riprendendo poi la frase paolina (2 Ep. ad Corinthios 5,1), egli distingue tra il corpo e il vestito: quest’ultimo può essere tolto o sostituito con uno più adatto e migliore per giungere alle regioni celesti. In altre parole: il corpo è sempre il medesimo sia nella vita terrestre, sia nella vita dopo la resurrezione; cambiano però le qualità del corpo, da terrestri e corruttibili a spirituali e incorruttibili. Il cambiamento non riguarda dunque il corpo nella sua sostanza, ma le qualità di cui ci si riveste per vivere in una determinata situazione. Origene conferma poi questa tesi con un paragone utilizzato già dai Brahamani per indicare il cambiamento e il passaggio dalla vita terrestre a quella beata:9 l’anima, venendo in questo mondo ha lasciato la placenta che era necessaria per il suo sviluppo nel seno della madre e ha indossato ciò che era necessario per un essere destinato a vivere su questa terra. Il Maestro alessandrino riprende poi l’argomento scritturistico: “Essendoci una dimora terrestre “della tenda” (1 Ep. ad Corinthios 5,1), che è necessaria in qualche modo alla tenda, le Scritture affermano che la dimora terrestre “della tenda” sarà distrutta, ma che la tenda rivestirà “una dimora non costruita da mani di uomo, eterna nei cieli” (ibidem)”. Per Origene “la tenda” è dunque il corpo, che sussiste sempre, pur cambiando “le dimore”, cioè le qualità: quelle terrestri vengono “distrutte” e sostituite con qualità celesti. Un’ulteriore citazione biblica gli permette di esplicitare ancora di più il suo pensiero: “E gli uomini di Dio dicono: “Questo essere corruttibile si sarà vestito dell’immortalità” (1 Ep. ad Corinthios 15,53), la quale è differente da ciò che è incorruttibile; “questo essere mortale si sarà vestito dell’immortalità” (ibidem), che è cosa diversa da ciò che è immortale”. Essa viene così spiegata: “In realtà lo stesso rapporto che ha la sapienza con chi è sapiente, la giustizia con chi è giusto, la pace con chi è pacifico, esiste ugualmente tra l’incorruttibilità e ciò che è incorruttibile, tra l’immortalità e ciò che è immortale. Ecco dunque a che cosa ci esorta la Scrittura, dicendo che noi rivestiremo l’incorruttibilità e l’immortalità; come i vestiti per colui che li ha indossati e se ne è cinto, esse non permettono che colui il quale ne è avvolto si corrompa o muoia”.10

Origene richiama qui la distinzione tra sostanza e qualità che appare più volte nelle sue opere,11 ed è qui applicata ai corpi risorti. Vi è un elemento stabile, – la sostanza corporea appunto – che non è legato alle qualità e non può sussistere senza di esse, ma per volontà del Creatore può trasformarsi, cambiandole per adattarsi ad una nuova situazione.12 Le qualità sarebbero a loro volta l’elemento variabile, capace di trasformare il corpo da terrestre a spirituale. La risurrezione produce dunque una trasformazione definitiva: quello stesso corpo che era stato corruttibile e mortale riveste le qualità dell’incorruttibilità e dell’immortalità. Non vi è dunque cambiamento di corpo, (non ci si “sveste” di esso13), non vi è cessazione totale di una sostanza corporea e l’accesso dell’anima ad un diverso corpo – come sostenevano i fautori della metensomatosi – vi è solo la sostituzione di qualità con altre migliori: l’identità del corpo terrestre con quello spirituale è dunque assicurata.

3.2. Identità tra il corpo terreno e quello risorto.

Origene riporta e commenta varie espressioni bibliche che dimostrano l’identità tra corpo terrestre e corpo risuscitato, e la permanenza della sostanza corporea, pur nel cambiamento delle qualità. Quando l’apostolo Paolo in 1 Ep. ad Corinthios 15,44 scrive: “Si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale”,14 insegna che “nella risurrezione dobbiamo deporre ogni qualità terrena, mentre la forma (eidos) permane integra”.15 Dunque per Origene si tratta di una risurrezione corporea (il corpo da animale diventa spirituale) e di una trasformazione del medesimo corpo, con qualità migliori.16 Il nostro Autore ricorre ad un paragone tratto dalle creature razionali: “quelle che hanno meritato la beatitudine non sono di natura diversa rispetto a quelle che hanno vissuto nella indegnità a causa dei loro peccati, ma sono le stesse che prima hanno peccato e poi, convertite e riconciliatesi con Dio, sono state richiamate alla beatitudine, così anche della natura del corpo non dobbiamo pensare che un corpo è questo di cui ora ci serviamo nell’ignominia, nella corruttibilità e nella debolezza e un altro sarà quello di cui faremo uso nella incorruttibilità, nella potenza e nella gloria, ma sarà sempre lo stesso corpo che, deposte queste imperfezioni, nelle quali ora si trova, sarà trasferito nella gloria, così che quello che era stato un vaso per uso volgare, una volta purificato, diventerà vaso di lusso (cf Ep. ad Romanos 9,21) e dimora di beatitudine”.17 Ancora commentando Ep. ad Romanos 8,11: “[Dio] vivificherà i nostri corpi mortali”, Origene prende lo spunto per ribadire la trasformazione a cui saranno soggetti gli uomini: “Queste parole dell’Apostolo, poiché il corpo è mortale e non partecipa alla vera vita, possono indicare che la forma (eidos) corporea, di cui abbiamo parlato, che è mortale per natura, quando “sarà rivelato Cristo, nostra vita” (Ep. ad Colossenses 3,4), egli la trasformerà dall’essere “corpo di morte” (Ep. ad Romanos 7,24) e sarà vivificata dallo Spirito che dà la vita, cambiata da carnale in spirituale”.18 Dunque la forma corporea è mortale per natura, a differenza dell’anima che è immortale, essendo incorporea. Ma anche dal punto di vista morale il corpo è carnale, dominato dal male, ma quando è vivificato dallo spirito si trasforma in spirituale.

Il famoso testo paolino di 1 Ep. ad Corinthios 15,35-44 (sulla risurrezione, col paragone del chicco di grano che diventa poi spiga, passo richiamato più volte da Origene19), esprime allo stesso tempo l’identità e la diversità tra il corpo terrestre e quello glorioso, come vi è continuità e tuttavia differenza tra il grano e la spiga.20

Dunque utilizzando dati neotestamentari e dottrine filosofiche greche, il maestro alessandrino esprime in tre modi l’identità del corpo terrestre con quello risuscitato:

(a) con l’identità della sostanza corporea che riceve sulla terra qualità terrestri e nel cielo qualità celesti o eteree (cf Perì Archôn II,1,4).

(b) Con la forma (eidos) corporale:21 essa esprime come il corpo permanga il medesimo sulla terra, mentre i suoi elementi materiali si rinnovano costantemente nel corpo, che è come un fiume con acque sempre differenti e pur tuttavia sempre il medesimo fiume.22

(c) Per la dottrina del logos spermatikos, che dà una formulazione filosofica all’immagine paolina del grano e della spiga. La ragione seminale è la forza di sviluppo che, contenuta nel seme di grano, ne fa uscire una spiga o che, presente anche nel seme umano, darà poi origine ad un uomo, il quale passa attraverso le varie età della vita (bambino, adulto, vecchio). Quando il corpo sarà nella terra come il grano, questo logos spermatikos lo farà risorgere corpo spirituale.23 Si veda ad esempio il seguente testo: “Noi non diciamo dunque che un corpo putrefatto ritorni alla sua natura (physis) originaria così come “un chicco di grano” (cf 1 Ep. ad Corinthios 15,37) putrefatto non ritorna ad essere “chicco di grano”. Noi pensiamo che, come dal “chicco di grano” nasce la spiga, così nel corpo è insito un certo principio (logos), che non è sottomesso alla corruzione a partire dal quale il corpo “risorge nell’incorruttibilità” (1 Ep. ad Corinthios 15,43)”.24

Origene ribadisce con chiarezza l’identità tra il corpo glorioso e il corpo terrestre: “A Paolo ciò che è di Paolo, a Pietro ciò che è di Pietro, a ciascuno ciò che gli appartiene, perché non è conveniente che le anime abbiano peccato in un corpo e siano punite in un altro; non sarebbe proprio di un buon giudice che alcuni corpi abbiano versato il loro sangue per Cristo e la loro corona sia attribuita ad altri”.25

Ancora facendo l’esegesi di Matthaeus 22,30 (i risorti “saranno come gli angeli di Dio in cielo”), Origene commenta: “Ma io penso che con queste parole si dimostra che coloro i quali sono degni della risurrezione dai morti non solo sono come gli angeli in cielo perché non contraggono matrimonio, ma perché i loro (eautôn) corpi di umiliazione trasformati diventano tali e quali i corpi degli angeli, eterei, luce scintillante”.26 Dunque i risorti non riceveranno un corpo diverso da quello che avevano prima, ma è il loro corpo di umiliazione che è stato trasformato in corpo di gloria, quindi cambiato di qualità.

Appellandosi alla logica, Origene argomenta che sarebbe assurdo che questo corpo (hoc corpus), il quale a causa di Cristo ha sofferto persecuzioni, sia defraudato del premio e che la sola anima sia ricompensata.27

La permanenza dell’identità tra corpo terrestre e corpo risorto è rafforzata da Origene con la teoria del “veicolo (ochema)” dell’anima,28 facendo leva sulla descrizione – con tratti marcatamente corporali – della parabola di Lazzaro e del ricco epulone (cf Lucas 16,19-31) e dell’apparizione di Samuele a Saul presso la negromante (cf 1 Samuelis [1 Regum] 28,3-25). L’anima, tra la morte e la risurrezione, avrebbe un involucro corporeo, che nella filosofia medio- e neoplatonica,29 era definito “veicolo dell’anima”: esso faceva quasi da ponte tra l’anima e il corpo e sussistendo attorno all’anima spiegava anche le apparizioni dei fantasmi.

3.3. Nella Scrittura si afferma che Cristo è risorto con il proprio corpo.

In Commentarii in Psalmos 15,9, Origene commentando il versetto “la mia carne riposerà nella speranza” (Psalmus 15,9) spiega che il Cristo è stato il primo a dire queste parole avendole realizzate per la prima volta. Quando è stato elevato al cielo “portò con sè il suo corpo terrestre (secum terrenum corpus evexit)”. Né Elia né Enoch, che sono stati trasportati nelle regioni celesti, non sono propriamente ascesi al cielo. Cristo, come il primogenito dai morti, “per primo portò la carne nel cielo (primus carnem evexit ad coelum)”. Le potenze celesti vedono ciò che mai avevano visto prima: la carne era salita al cielo e comprendono dunque il detto di Isaias 63,1 (“Chi è costui che viene da Edom, da Bosor con le vesti tinte di rosso?”). Origene spiega: “esse vedevano nel suo corpo le tracce delle ferite di Bosor, cioè le tracce ricevute nella sua carne”.30 Anche in De resurrectione 2, l’Alessandrino, dopo aver citato 1 Ep. ad Corinthios 15,35-38 (come risuscitano i morti, con quale corpo verranno?, ecc…) afferma anzitutto che con tali parole l’apostolo Paolo significava chiaramente che i morti risorgono e che “è certo che il nostro Salvatore risorse con lo stesso corpo che aveva ricevuto da Maria (certum esse quod Salvator noster cum ipso corpore resurrexit quod susceperat ex Maria)”.31

Il Cristo porta nel cielo il corpo che ha sofferto32 e le potenze angeliche vedono il Cristo entrare nella “vera” Gerusalemme sul suo “veicolo corporeo”: l’asina e il puledro simboleggiano il corpo glorificato di Cristo.33 Non ha abbandonato il suo corpo nella “zona del sole”, ma è salito al cielo con il suo corpo.34

Il Cristo è risuscitato con la carne che aveva avuto,35 e se egli ha assunto un corpo, la sua risurrezione è avvenuta con il corpo e poiché egli è il primogenito dei nati, è necessario che la risurrezione dei risorti sia della stessa natura.36 Conseguentemente “per il fatto che la primizia è risuscitata dai morti (cf 1 Ep. ad Corinthios 15,20.23) ne segue che i morti risuscitano. La primizia è Cristo (cf 1 Ep. ad Corinthios 15,23)”.37 Dunque ciò che si afferma del Cristo va riferito anche agli altri uomini, essendo il Cristo il primo ad avere portato la carne in cielo: perciò anche gli altri uomini lo seguiranno, senza subire trasmigrazioni in altri corpi, ma cambiando le qualità del proprio corpo.

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Conclusione

Origene non ha mai professato la metensomatosi delle anime umane in altri corpi umani, bestiali o astrali, nonostante le accuse formulate in seguito contro di lui.1 La sua costante riflessione sulle Sacre Scritture, ove non aveva mai incontrato una simile tesi, e le conclusioni che traeva dai dati filosofici gli impedivano di accettare una dottrina che disprezzava o considerava insignificante la componente corporea dell’uomo. Per Origine il corpo è segno della creaturalità – solo la Trinità è assolutamente incorporea2 - e accompagna sempre l’anima nelle varie fasi (creazione, preesistenza, vita terrena, stato intermedio dopo morte, resurrezione) assumendo però di volta in volta qualità adatte. Questo corpo, che potremmo quasi definire “codice genetico” che caratterizza ciascun individuo e lo distingue dagli altri – come suggerisce G. Dorival3 - può manifestarsi in diversi mondi (terreno e ultraterreni),4 ma rimane sempre il medesimo.

La “ensomatosi”, cioè l’incorporazione dell’anima, è ben distinta dalla “metensomatosi”, cioè da successive trasmigrazioni in diversi corpi.5

L’uomo dunque, creato ad immagine di Dio (cf Genesis 1,26), plasmato dalla polvere del suolo (cf Genesis 2,7), e, dopo il peccato, rivestito di tuniche di pelli (cf Genesis 3,21), cioè di qualità terrestri,6 ha la possibilità di ascendere al Sommo Bene lungo i secoli (cf Perì Archôn III,1,23 [24]) e di vedere il proprio corpo – non uno diverso da quello che lo individualizza, – glorificato alla conclusione della storia, sull’esempio appunto di Cristo, modello di ogni creatura razionale. Dalla creazione alla resurrezione permane dunque l’identità della persona, garantita dal fatto che ognuno avrà lo stesso corpo, la stessa anima, lo stesso spirito. La grande speranza di Origene era che tutti gli uomini, liberamente, sotto la guida del Logos divino (cf Contra Celsum 8,72), potessero arrivare alla perfezione: i loro corpi saranno così rivestiti di qualità migliori, le loro anime si dirigeranno solo verso il bene e i loro spiriti saranno pienamente risvegliati e uniti a Dio.

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