mercoledì 20 gennaio 2016

QUANDO LA GIUNTA VENDOLA HA AUTORIZZATO LA CACCIA AGLI IDROCARBURI



di Gianni Lannes

In materia di idrocarburi è il caso di rinfrescare la memoria al governatore Emiliano e agli ecologisti spuntati dal nulla. La giunta di Nichi Vendola, sostenuta dal partito democratico, esattamente il 12 febbraio 2008 ha approvato in un colpo solo «sei delibere di autorizzazione alla ricerca ed estrazione di idrocarburi e attività estrattiva» in Puglia. Emiliano non ha mai fiatato allora, nè oggi, e così i “no triv”.


Il 12 febbraio 2008, appunto, la giunta regionale vendoliana ha deliberato ben 6 provvedimenti in tal senso. Precisamente le delibere: 131 (Istanza permesso di ricerca idrocarburi "Fiume Bradano"), 132 (Piano regionale attività estrattiva, Proroga termini prosecuzione attività estrattiva), 133 (Concessione di coltivazione idrocarburi "Torrente Ce lone", istanza variazione integrativa programma lavori), 134 (Istanza permesso di ricerca idrocarburi "Monte Carbone"), 135 (Istanza permesso di ricerca idrocarburi "Manduria") e 136 (Istanza permesso di ricerca idrocarburi "Massafra"). In tutti e sei i casi la giunta delibera di esprimere il proprio assenso su relazione dell'assessore all'Ecologia, Michele Losappio (Prc, poi Sel). Nichi Vendola è stato presidente della giunta dal 2005 al 2015.


Sotto la sigla "Manduria" (delibera 135), ovvero una zona di 959,40 chilometri quadrati, ci sono 30 comuni, quasi tutti ricompresi nel versante orientale della Provincia di Taranto, capoluogo compreso. Sotto quella di "Massafra" (956,20 chilometri quadrati da esplorare), i comuni interessati sono 14 distribuiti tra le province di Bari, Taranto e Matera (Bollettino Ufficiale della Regione Puglia numero 35 del 4 marzo 2008).



Nell'occasione, il vicepresidente del Consiglio regionale, Luciano Mineo e il consigliere regionale Paolo Costantino (entrambi del piddì), esclamarono trionfali: «L'annuncio di questi investimenti corposi è un dato positivo in sé, la Puglia potrebbe addirittura configurarsi a nuovo Texas d'Europa anche se questi sono solo dati futuribili, peraltro relativi a fonti fossili di incerta entità ed esistenza. L'eventuale scoperta di giacimenti fossili può aprire nuovi scenari».



La zona di mare al largo di Monopoli era già interessata da una trivellazione dell'Eni, a fianco della quale si collocano le zone soggette alle indagini della Northern Petroleum. Ma radiografando l'intero procedimento autorizzativo s'incontrano troppe zone d'ombra. Tra Comune di Monopoli, Regione Puglia e ministero dell'Ambiente sembra non salvarsi proprio nessuno. Le due vicende, ricerca di petrolio in mare e sulla terraferma, all'apparenza appaiono dunque analoghe. L'unica differenza è che nel primo caso c'è una precisa autorizzazione regionale. Nel secondo, nemmeno una risposta al carteggio con il ministero dell'Ambiente. Ma, soprattutto, il fatto che nel 2008 le elezioni regionali erano lontane.


Un iter che, di fatto, parte nell'ufficio dell'Area IV Tecnica Urbanistica dell'amministrazione comunale di Monopoli. La nota di protocollo del 5/1/2009, infatti, testimonia in entrata la lettera della Northern Petroleum per la trasmissione della «documentazione tecnica relativa alla procedura di valutazione di impatto ambientale». Ricevuta e protocollata. Il documento è stato inviato anche ai Comuni di Mola, Polignano, Fasano, Ostuni, Carovigno, Brindisi e Bari, nonché alla Regione. Un documento di cui il sindaco di Monopoli Emilio Romani, di centrodestra, in un primo momento riferiva di non sapere nulla. Incalzato dai comitati, la "carta" (in realtà un faldone spesso venti centimetri, trattandosi di richieste per "prospezioni sismiche" e non certo di una banale domanda per allargare una vetrina commerciale) è stata trovata solo a novembre inoltrato. Il 23 dello stesso mese si è tenuta un'assemblea tra rappresentanti di Comuni, Provincia e Regione, e in quell'occasione Romani ha svelato così l'arcano: «I sindaci hanno ricevuto una lettera della società abbastanza difficile da inquadrare immediatamente. Di responsabilità ce ne potrebbero essere migliaia». Più che una spiegazione, ai più è apparsa come una dissimulazione. «E' vero - aveva ammesso il primo cittadino - la richiesta è arrivata al dirigente dell'area IV che l'ha girata al responsabile dell'ufficio Ambiente e la questione è morta lì. Come alla Regione. Ma al di là dell'errore dirigenziale o meno, credo che in simili questioni non ci si può soffermare sull'idea che un documento sia arrivato o meno. Quando si realizzano interventi che prevedono tutta una serie di procedure - ha spiegato ancora Romani - io credo che di forme di divulgazione e partecipazione ce ne siano tante. Se l'assessore regionale mi dice "io non l'ho vista", ci credo, come vorrei che credessero che questa lettera non sia mai arrivata su questo tavolo. Non possiamo stare appesi alla cartuccella, perché in un mondo di comunicazione non è pensabile credere che se non arriva un documento si realizzano degli impianti di raffinazione». Sarà. Ma intanto, nessuna risposta è arrivata al ministero e le prospezioni sismiche sono iniziate. Se fosse stata prodotta forse non avrebbe fermato l'iter, ma quantomeno avrebbe potuto fornire la traccia di un parere contrario. Invece, niente. Silenzio.

Nel frattempo, il 28 ottobre 2008 il quotidiano La Stampa pubblica la mia inchiesta sulle trivellazioni abusive in mare.


http://www.csun.edu/~dorsogna/byron/la_stampa_tremiti.pdf
Nel decreto 1349 del ministero dell'Ambiente, attuato di concerto con quello dei Beni culturali (ministri Prestigiacomo e Bondi, datato 15 ottobre 2009) che conferisce alla Northern Petroleum l'autorizzazione alle indagini sottomarine, è espressamente scritto che «non è pervenuto (dopo un anno, ndr) il parere della Regione Puglia da rendersi ai sensi dell'articolo 25 comma 2 del dlgs 3 aprile 2006 n. 152 come modificato dal dlgs del 16 gennaio 2008 n. 4». Insomma: secondo il ministero la Regione non sapeva nulla delle richieste per le indagini sottomarine della Northern. Nessuna notizia nemmeno dal Comune.


Il 23 gennaio 2010 incombono le nuove elezioni regionali, e Vendola insieme a Losappio apre la campagna elettorale con una sfilata proprio a Monopoli. E allora, il caso dei misteri sulle prospezioni sismiche in Adriatico dà la stura a retromarce improvvise della politica. Che, improvvisamente, appoggia in modo trasversale le battaglie dei comitati che fino a ieri erano soli, spesso sbeffeggiati e accusati di «diffondere solo paure» (parole di Tommaso Attanasio, consigliere regionale Pdl e componente della commissione Ambiente. Dal 1978 è dirigente dell'azienda di famiglia nel settore del commercio dei prodotti petroliferi, per la quale dice però di non lavorare più). Adesso in tanti partecipano alle manifestazioni di piazza per dire no al petrolio in mare. Quale consigliere o assessore oggi, a babbo morto, si direbbe a favore dei pozzi petroliferi davanti alle belle spiagge pugliesi? E infatti la Regione, che per un anno non ha fatto nulla pur avendo ricevuto le carte («sul caso abbiamo attivato il nostro ufficio legale», aveva assicurato l'assessore all'Ecologia Onofrio Introna), pochi giorni fa ha dato mandato all'avvocatura per proporre ricorso al Tar.


Lo stesso governatore Vendola, ricandidato dal centrosinistra dopo il trionfo alle primarie, annunciando la sua presenza al corteo anti trivelle di Monopoli, ammonì: «Il governo centrale deve stare molto lontano dalla Puglia. Quando immagina di mettere le mani sul nostro mare per fare le piattaforme petrolifere deve sapere che la reazione dei pugliesi sarà durissima. Perché noi amiamo il mare e il petrolio significa la devastazione del mare. Il nostro petrolio sono i giovani, sono i ricercatori, sono i talenti. E vogliamo chiarire che la piattaforma petrolifera è bene che se la scordino». Intanto, però, le indagini sul fondale marino vanno avanti comunque. E qui veniamo al ruolo del ministero eterodiretto dall’estero dell'Ambiente italiano. Le concessioni fornite alla Northern Petroleum, infatti, secondo il portavoce del comitato "No al petrolio, sì alle rinnovabili" Giuseppe Deleonibus, presidente dei Verdi di Monopoli, non sarebbero conformi alla normativa vigente. La legge 625 del 1996 prevede, infatti, che la zona del permesso di ricerca non possa superare l'estensione di 750 chilometri quadrati. E allora la Northern Petroleum che fa? Spezzetta le zone, invia 7 richieste uguali, ciascuna per un'area attigua. Ma, scrive Deleonibus nella sua relazione tecnica su cui si basa il ricorso dei comitati al Tar di Lecce, «la mancata considerazione unitaria degli interventi vizia l'istruttoria che regge gli atti gravati. è stato a tal proposito condivisibilmente affermato che «La valutazione ambientale, che deve accompagnare l'approvazione di un progetto definitivo di opera pubblica necessita di una valutazione unitaria dell'opera (...); mediante la sottoposizione a Via di porzioni di opera e l'acquisizione, su iniziative parziali e, perciò stesso, non suscettibili di apprezzamento, circa i livelli di qualità finale, di una pronuncia di compatibilità ambientale" viene irrimediabilmente viziata da difetto di istruttoria l'attività dell'Amministrazione a causa della "sostanziale elusione delle finalità perseguite dalla legge» (Cons. St. V, 16 giugno 2009, n. 3849).


Come chiarito dalla citata pronuncia del Consiglio di Stato, "tale principio risponde inoltre alla logica intrinseca della valutazione di impatto ambientale, atteso che questa deve prendere in considerazione, oltre a elementi di incidenza propri di ogni singolo segmento dell'opera, anche le interazioni degli impatti indotte dall'opera complessiva sul sistema ambientale, che non potrebbero essere apprezzate nella loro completezza se non con riguardo anche agli interventi che, ancorché al momento non ne sia prospettata la realizzazione, siano poi posti in essere (o sia inevitabile che vengano posti in essere) per garantire la piena funzionalità dell'opera stessa (Circolare del ministero dell'Ambiente del 7 ottobre 1996 n. 15208)". Negli identici sensi, Cons. Stato, IV, 2 ottobre 2006, n. 5760; VI, 30 agosto 2002, n. 4368».


Di fatto, però, la multinazionale ha in pugno oltre seimila chilometri quadrati del nostro Adriatico per cercare e poi estrarre petrolio.


Senza che il ministero abbia avuto nulla da eccepire. Nemmeno sulla possibilità, segnalata dalle mappe, che sui fondali possano trovarsi ordigni inesplosi: infatti, sono migliaia le bombe alleate caricate con aggressivi chimici ed uranio impoverito affondate nell’Adriatico. E, inoltre, senza che lo stesso ministero abbia mai nominato nella commissione Via (Valutazione d'impatto ambientale) il rappresentante della Regione. Un oro nero, quello celato dai fondali, che per la Puglia rischia di essere solo l'ennesimo scacco a un territorio piagato da un grado di inquinamento di per sé già elevatissimo; territorio troppo spesso governato da una politica colpevolmente superficiale.

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2016/01/puglia-leldorado-dellecomafia-di-stato.html

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