Nel mezzo dell’Oceano Pacifico c’è
un’isola galleggiante grande quanto il Texas fatta interamente di
plastica. Per sensibilizzare la popolazione, l’artista italiana Maria
Cristina Finucci ha dato vita ad un’installazione che verrà esposta alla
Biennale di Venezia.
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EMERGENZA RIFIUTI – Da diversi anni si sente parlare spesso, soprattutto qui in Italia, del problema dei rifiuti. La situazione di Napoli di qualche mese fa e quelle attuali di Roma e Palermo non
fanno che alimentare le preoccupazioni a riguardo: produciamo più
immondizia di quella che possiamo smaltire. Lo smaltimento stesso poi è
un problema a dir poco atroce: non si sa dove stoccare l’immondizia e
gli inceneritori sono un’opzione primitiva e tumorale. Una scelta ancor
più primitiva però è quella di gettare i rifiuti in mare,
che può sembrare un problema da poco, una pratica portata avanti solo
da pochi ignoranti, ma intanto nell’oceano si è formata un’isola di
bottigliette di plastica grande quanto il Texas.
Dalla notte dei tempi, l’uomo, considera
il mare come un’immensa pattumiera in cui gettare i rifiuti. Se viene
difficile condannare i popoli antichi, è del resto impossibile tollerare ancora questa pratica,
soprattutto se si pensa a come siano cambiate le tipologie di rifiuti
dopo la scoperta della plastica. Alcuni tipi di plastiche infatti hanno
una lentissima velocità di decomposizione – che spesso e volentieri
porta a residui tossici – e gettarle in mare non può essere certo la
mossa migliore. La natura odia talmente tanto questo gesto, che per
rinfacciarcelo fa sì che le correnti oceaniche convoglino tutte le buste, bottigliette e altri manufatti di plastica in pochissimi punti.
In questi punti, tanto è il materiale a disposizione che si sono
formate delle vere e proprie isole di plastica, il cui impatto
ambientale è di una gravità indescrivibile.
L’INIZIATIVA – Per denunciare questa situazione – nota a molti, ma poco sottolineata – l’artista italiana Maria Cristina Finucci
ha proposto di nominare un nuovo stato, proprio su una di queste
immense isole di plastica, chiamato Garbage Patch State. Il bello è che
la proposta è stata accolta, grazie anche al supporto dell’UNESCO e all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione la Scienza e la Cultura,
e la terra ha quindi davvero un nuovo stato, fatto interamente di
plastica. Lo Stato ha ormai anche una capitale chiamata Garbandia, una
costituzione e una bandiera. Maria Cristian Finucci ha inoltre
realizzato
un’installazione chiamata Wasteland, ricordante il nuovo
Stato, e che sarà esposta alla Biennale di Venezia tra il 29 maggio e il
24 novembre.
RIFIUTI COME RISORSE –
Gettereste mai un lingotto d’oro sul fondo dell’oceano? Buttereste mai
in mare 100 €? Sicuramente no. Ebbene se tutti capissero che l’immondizia non è immondizia, ma una risorsa,
proprio come il legno o il gas naturale, da poter sfruttare, adesso non
avremmo un Texas galleggiante in mezzo all’Oceano Pacifico. Tanto per
fare un esempio prettamente “economico”, la plastica è un derivato del
petrolio, e ad esso è legato il suo destino: quando – e non manca molto –
scarseggerà il petrolio, comincerà a scarseggiare anche la plastica,
ormai fondamentale nella società del consumo. E in attesa che la socità
cambi i costi degli oggetti più semplici aumenteranno, e i Paesi in
grado di ottimizzarne il riciclo acquisiranno enormi vantaggi economici
rispetto alle nazioni totalmente avulse da questa pratica.
Attualmente l’Italia non è certo un
modello in quanto a gestione dei rifiuti, basti pensare ai sopracitati
casi di Napoli, Roma e Palermo. La scarsità di siti di stoccaggio è
evidente, e la popolazione sembra bloccata in un’impasse
culturale: nessuno vuole una discarica vicino casa e quando si sceglie
un nuovo sito comunità intere si mobilitano per manifestare, però più
difficilmente si combatte con altrettanta foga per un miglioramento del sistema di riciclo.
Se la stessa energia spesa per evitare la costruzione di una discarica
vicino casa, fosse investita nella richiesta e nella promozione della
pratica del riciclo, saremmo un esempio per tutto il mondo. Il problema
però è culturale, ed ha radici profonde: siamo un popolo che si rende
conto dei problemi solo quando gli si manifestano sotto il naso, siamo
privi di razionalità collettiva necessaria all’organizzazione, e
soprattutto siamo privi di lungimiranza: non basta che il problema
avvenga sotto il nostro naso: se non è accompagnato da un “botto”,
continuiamo a far finta che non ci sia.
http://dailystorm.it/2013/04/15/garbage-patch-state-lisola-di-plastica-diventa-uno-stato/
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Valerio Tripodo


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