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L’economia svedese funziona. I primi a riconoscerlo sono i
mercati: lo spread tra i titoli di Stato decennali svedesi e quelli tedeschi è
pari a zero. La situazione finanziaria della Svezia è così solida che il primo
ministro, Fredrik Reinfeldt, può permettersi di tagliare le imposte alle
aziende, e destinare più fondi a infrastrutture, giovani, giustizia e ricerca.
Mentre il resto d’Europa smantella il welfare e impone duri sacrifici alla
popolazione, a Stoccolma il governo (di centrodestra) fa angelicamente sapere
che “bisogna investire per uscire dalla crisi”. Nella speranza, per nulla
segreta, di vincere le elezioni del 2014.
«Attualmente la Svezia è in una situazione economica
favorevole se paragonata a diversi (o perfino alla maggioranza) degli altri Paesi
europei – . conferma a Linkiesta l’economista svedese Olof Åslund, direttore
del centro di ricerca Ifau nonché docente all’università di Uppsala – .
Naturalmente lo stato dell’economia mondiale pone delle sfide pure alla
Svezia». Positivo anche il commento di Markus Uvell, presidente del think tank
liberista Timbro, con sede a Stoccolma. «L’economia svedese sta andando davvero
bene. Questo è il risultato di politiche capaci di affrontare con successo la
crisi finanziaria internazionale, ma anche di una lunga tradizione di prudenza
fiscale e spesa pubblica responsabile. Nel primo caso il merito va al governo
attuale, nel secondo pure ai passati governi socialdemocratici».
Per il World Economic Forum, la Svezia è la quarta nazione
più competitiva al mondo: soltanto Svizzera, Singapore e Finlandia fanno
meglio. Secondo l’Ocse, poi, “la Svezia fa eccezionalmente bene quanto a
benessere generale [dei cittadini]”. Nell’indice di sviluppo umano, la Svezia è
decima. Nella classifica internazionale dei Paesi meno corrotti, quarta. Per
libertà economica è “solo” ventunesima, ma precede Giappone, Germania e Austria
(e Italia, al novantaduesimo posto). Nell’indice di creatività economica è
quinta, in quello di capacità tecnologica prima. Quarta nella classifica delle
nazioni dove il reddito familiare è distribuito più equamente, come pure nel
Global Gender Gap Index 2011, che misura quanto un Paese è amico del sesso
femminile. Come ha dichiarato il Nobel per l’economia Eric S. Maskin a
Linkiesta, che lo ha incontrato lo scorso dicembre ai Nobels Colloquia a
Venezia, «la Svezia mette al primo posto la sua gente».
«Nel corso della sua storia la Svezia si è saputa adattare
ai cambiamenti socio-economici mondiali. Gli adattamenti strutturali e
l’innovazione sono divenuti i suoi punti di forza», dichiara l’ambasciatore
italiano a Stoccolma Angelo Persiani. Basta dare un’occhiata alle cifre per
capire che il diplomatico ha ragione. Per esempio, nel 2009 la Svezia ha
destinato alla ricerca e allo sviluppo il 3,6% del suo Pil: in Europa soltanto
la confinante Finlandia, superpotenza dell’istruzione, ha investito di più.
Ancora: in rapporto agli abitanti, il numero di brevetti in vigore in Svezia
quattro anni fa era superiore a quello di Giappone, Francia, Regno Unito, Germania
o Stati Uniti. Non stupisce troppo, dunque, scoprire che tra il 2004 e il 2009
la crescita media annua del suo Pil è stata pari allo 0,9%. Più del Regno Unito
(0,5%). Più della Germania (0,6%). Più della Francia (0,8%). E, naturalmente,
più dell’Italia (-0,5%).
Ecco perché forse ha senso parlare di un “modello economico
svedese”. O almeno cercare di capire il segreto del successo di una nazione che
sembra riuscire a combinare eguaglianza e libertà. Pari opportunità e
meritocrazia. Solidarietà e competizione. Idealismo socialista e pragmatismo
liberista. Per usare una suggestiva (e nota) metafora dell’ex primo ministro
socialdemocratico Göran Persson, la Svezia è paradossale quanto un calabrone.
“Con il suo corpo troppo pesante e le sue piccole alette, il calabrone non
dovrebbe essere in grado di volare. E invece vola”.
La Svezia piace a destra come a sinistra, seppure per motivi
diversi. Il primo ministro tory David Cameron, per esempio, è un grande
ammiratore del suo omologo Reinfeldt. Ad agosto, su quella Bibbia del
capitalismo a stelle e strisce che è Forbes, il commentatore statunitense Matt
Kibbe, coautore del bestseller Give us liberty: a Tea Party manifesto, ha
tessuto le lodi dell’economia svedese. E nel suo splendido saggio Guasto il
mondo (Laterza) lo storico socialdemocratico Tony Judt, oggi scomparso, indica
la Svezia come un esempio positivo di Paese molto ricco, ma anche molto
egualitario.
Certo, l’egualitarismo può portare al conformismo. «Quella
svedese è una società dove alle persone generalmente piace fare ciò fanno tutti
gli altri – spiega a Linkiesta l’americano David Landes, editor di The Local,
quotidiano sulla Svezia in lingua inglese – . Allo stesso tempo, però, gli
svedesi hanno creato molte innovazioni e aziende innovative. A volte c’è un
senso di eccezionalismo, come se in Svezia le cose fossero un po’ migliori che
altrove».
In realtà l’egualitarismo svedese non ha generato una corsa
verso il basso. Anzi: in proporzione al numero di abitanti (9,2 milioni), ci
sono più miliardari in Svezia che in nazioni ritenute intrise di individualismo
come l’Italia o la Francia. D’altra parte era lo stesso Friedrich Hayek, nella
prefazione all’edizione del 1976 di The Road to Serfdom, a scrivere che “la
Svezia, per esempio, è oggi organizzata molto meno socialisticamente della Gran
Bretagna o dell’Austria, benché sia comunemente vista come molto più
socialista”. Se questo era vero nell’ormai lontano 1976, quando al potere c’era
il leggendario primo ministro socialdemocratico Olof Palme, è ancora più vero
oggi, dopo quasi sei anni di governo di centrodestra. La citazione di Hayek è
contenuta in un saggio che getta una luce nuova e interessante sul sistema
economico svedese: The Evolution of Modern States: Sweden, Japan and the United
States (Cambridge University Press). Il suo autore, il professor Sven Steinmo,
vive attualmente a Fiesole, dove insegna politiche pubbliche ed economia
politica all’Istituto Universitario Europeo. Cittadino norvegese e americano,
nel suo libro definisce l’economia svedese come “social-liberista”.
«La Svezia non è un Paese socialista o comunista. Ci sono
molte incomprensioni sui sistemi scandinavi, e specialmente su quello svedese.
Per certi versi penso che il sistema svedese sia quello più interessante. –
racconta – La Svezia è sempre stata leader in quello che io chiamo
social-liberismo. È una società progressista: il governo gioca un ruolo attivo
nel promuovere un capitalismo di successo, ma in realtà c’è poca attività di
regolamentazione da parte del governo. Ci sono tasse alte, però sono usate per
pagare un welfare che beneficia tutti, e non per ridistribuire benessere dai
ricchi ai poveri». Steinmo fa persino un paragone con il nostro Paese. «In
Italia è molto comune, a sinistra, credere che il modo per creare una società
giusta sia tassare i ricchi assai pesantemente, e dare i soldi direttamente ai
più indigenti. Questo non è ciò che hanno fatto gli svedesi. Loro infatti
tassano la classe media e perfino i poveri, e con tasse alte. Poi però
investono il gettito in infrastrutture, istruzione, nel futuro delle nuove
generazioni…».
In effetti le statistiche confermano quanto dice Steinmo. A
livello di infrastrutture la Svezia è seconda soltanto agli Stati Uniti. Si
pensi, a titolo di esempio, alla straordinaria opera ingegneristica che collega
le città di Malmö (Svezia) e Copenhagen (Danimarca), per secoli separate dalle
acque gelide dello stretto di Öresund. Stoccolma, poi, investe in istruzione il
6,6% del suo Pil: più di Germania (4,5%), Francia (5,6%) e persino Finlandia
(5,9%). E anche se gli studenti svedesi non sembrano essere bravi come molti
dei loro coetanei nordeuropei (almeno in base ai test Pisa dell’Ocse), le
università svedesi sono le migliori di tutta la Scandinavia.«Un approccio
illuminato spinge da tempo la Svezia a investire seriamente nelle generazioni
future, ovvero in asili, scuole, università, che vengono forniti
gratuitamente», conferma a Linkiesta l’ambasciatore Persiani.
Come Steinmo sottolinea più volte nel corso dell’intervista,
le tasse svedesi sono alte. Effettivamente nel 2009 le entrate fiscali erano
pari al 46,4% del Pil. Nel mondo solo la Danimarca riusciva a fare di meglio (o
peggio, dipende dai punti di vista) con il 48,2 per cento. Tuttavia gli svedesi
non odiano la Skatteverket, l’agenzia delle entrate. «Il fatto è che le tasse
in Svezia sono molto alte, ma la pubblica amministrazione italiana è assai più
cospicua – spiega Steinmo – . Lo Stato italiano consuma più ricchezza nazionale
di quello svedese, perché gran parte delle tasse pagate dai cittadini svedesi
tornano direttamente nelle loro tasche, sotto forma di servizi e prestazioni
sociali». Inoltre gli svedesi «non spremono i cittadini molto ricchi. E le
aziende pagano tasse molto basse, perché in Svezia persino i socialdemocratici ritengono
che una società che funziona abbia bisogno di capitalisti di successo».
Interessante a riguardo è il punto di vista di Uvell: «Per
le grandi aziende internazionalizzate la situazione è abbastanza buona. In
Svezia, tradizionalmente, provvediamo alle necessità dei grandi datori di
lavoro, mentre spesso è assai scarsa la comprensione di ciò che vogliono i
piccoli imprenditori per crescere. E la principale sfida per il futuro è
proprio dare alle piccole e medie imprese la possibilità di crescere». Pur
avendo una popolazione meno numerosa di quella della Lombardia, la Svezia è la
patria di molti grandi brand globali: da Ikea a Scania, da Ericsson a
Electrolux, da Volvo a H&M. È un’economia fortemente internazionalizzata,
che vende in tutto il mondo prodotti ad alto valore aggiunto, e non teme la
concorrenza straniera. E infatti l’export vale quasi la metà del Pil. «Il
modello economico svedese ha sempre cercato di rendere i lavoratori e le
aziende svedesi molto competitivi sul piano internazionale – dice Steinmo – .
Le forze politiche non hanno mai fatto molto per proteggere le aziende e i
posti di lavoro esistenti. Gli svedesi pensano che se un’impresa è debole e non
può permettersi di pagare buoni salari, è meglio che fallisca, e liberi risorse
(capitali e forza-lavoro) che possano essere usate in modo più efficiente da
capitalisti che hanno maggior successo nell’economia internazionale».
In Svezia non si pratica l’accanimento terapeutico
industriale. Se un’azienda è agonizzante non viene artificialmente tenuta in
vita, magari con la scusa della “svedesità”. «Quando la Saab è fallita,
l’impresa è stata venduta – osserva Steinmo – . Negli Stati Uniti, la terra del
libero mercato, quando la General Motors e la Chrysler sono andate in
bancarotta, il governo federale è intervenuto con miliardi e miliardi di
dollari. Gli svedesi sono convinti che se si danno soldi alle aziende per
tenerle in piedi, queste diventeranno dipendenti dallo Stato, e non avranno mai
successo». Analogamente, in Svezia non si mira a garantire la sicurezza del
posto di lavoro, ma quella di poter lavorare (o di vivere dignitosamente, in
caso di malattia, infortunio o vecchiaia). Un welfare generoso, almeno se
paragonato a quello italiano, tempera così le asprezze di un mercato del lavoro
alquanto flessibile.
«L’opinione comune è che il nostro mercato del lavoro
funzioni relativamente bene per gran parte dei lavoratori, meno bene per alcuni
gruppi, principalmente i giovani e gli immigrati», dichiara Olof Åslund.
L’economista ha ragione: secondo Eurostat, a luglio la disoccupazione giovanile
svedese era pari al 22,6 per cento. Un dato superiore a quello di tutti gli
altri Paesi scandinavi, nonché di altre ricche economie dell’Europa
settentrionale come l’Olanda (9,2%) o la Germania (8%).
In un discount della periferia di Oslo incontriamo Oskar.
Ventidue anni, svedese, diplomato ma senza laurea, lavora come commesso. «Sono
venuto qui in Norvegia perché si guadagna bene, mentre in Svezia è difficile
trovare un posto di lavoro – racconta in un eccellente inglese – . Purtroppo il
costo della vita norvegese è molto alto. Io vivo in un mini con la mia ragazza
e mangio roba scontata. Però risparmio un po’, e quando tornerò in Svezia potrò
prendermi delle lunghe vacanze». Secondo Åslund, uno dei grandi punti di forza
dei lavoratori svedesi è l’alto livello di istruzione. Nel caso degli svedesi
più giovani, però, questo non è sempre vero. «Un fattore all’apparenza
incontestato [nel dibattito sulla disoccupazione giovanile, ndr] è la frazione
sostanziale di studenti che lasciano la scuola superiore. Una grossa fetta dei
giovani con problemi a lungo termine nel mercato del lavoro non ha completato
la scuola superiore».
Naturalmente ci sono tantissimi giovani svedesi in gamba.
Uno di questi è Arvid Morin. Ventiquattro anni, originario della municipalità
di Järfälla (vicino alla capitale), Morin si è laureato alla prestigiosa
Stockholm School of Economics. Insieme a due amici è uno dei tre fondatori di
Ung Omsorg, impresa che mira «a risolvere due problemi sociali. Il primo è
offrire ai nostri anziani un po’ più di cura, grazie a dei giovani che gli
siedono accanto leggendogli il giornale, guardando vecchie foto e discutendo
con loro di fronte a una tazza di caffè. Il secondo è offrire ai giovani un
lavoro part-time e una prima esperienza lavorativa. Gran parte dei nostri
dipendenti ha tra i 14 e i 16 anni».
Morin ha una gran buona opinione del welfare svedese.
«Probabilmente è una delle migliori soluzioni al mondo. Combina l’idea
tipicamente di sinistra della solidarietà con l’idea di libertà individuale
propria della destra – spiega – . Il risultato è un settore semiprivato che
gestisce alcuni servizi pubblici quali l’istruzione e la cura agli anziani. In
gran parte dei casi il cittadino può scegliere la scuola o il centro di
assistenza che preferisce, e a pagare è lo Stato. Ciò apre degli spazi a
innovazioni e miglioramenti da parte dei privati, ma allo stesso tempo consente
a ciascuno di usufruire di un servizio a prescindere dalla ricchezza
personale».
Per questo giovane imprenditore, che ha iniziato la sua
attività anche per offrire qualche sbocco lavorativo ai suoi coetanei, il
problema della disoccupazione giovanile è sì grave, ma «non è di certo un
problema esclusivamente svedese. Dopo la crisi finanziaria si tratta di un
problema che riguarda gran parte delle nazioni. – spiega – . Essere un giovane
svedese implica libertà e responsabilità. Puoi scegliere l’istruzione che
preferisci, dalle piccole scuole elitarie alle grandi università, ed è tutto
gratis. Hai l’opportunità di studiare se ti va, ma ciò richiede fatica».
Disoccupazione giovanile a parte, il modello economico svedese è difficilmente
attaccabile. Persino in quest’anno di crisi europea, il Pil dovrebbe crescere,
secondo le stime del Fmi, dello 0,8 per cento. Più di Italia (-1,9%), Francia
(0,5%) e Germania (0,6%).
Qualcuno potrebbe sostenere che la buona performance
dell’economia svedese sia da imputarsi anche alla scelta di non aderire
all’eurozona. «La Svezia è molto fortunata a non essere nell’euro. Come
risultato hanno molto più flessibilità monetaria» – commenta Steinmo. In realtà
il ministro delle finanze svedese, Anders Borg (un liberale di 44 anni con
orecchino e coda di cavallo, nominato nel 2011 dal Financial Times miglior
ministro delle finanze europeo), è favorevole all’adozione dell’euro in un non
vicino futuro. Tuttavia ha pubblicamente riconosciuto che la mancata adesione
alla valuta comune ha costretto la Svezia a imporsi una disciplina finanziaria
sconosciuta a molte nazioni europee.
Naturalmente la crisi dell’euro ha rafforzato la corona
svedese. Che infatti è una delle divise più sopravvalutate del pianeta, almeno
secondo il Big Mac Index elaborato dall’Economist. I cittadini svedesi,
peraltro, nutrono una profonda avversione verso l’euro, come hanno dimostrato
nel referendum del 2003 che impedì l’adesione all’eurozona.
Questo non significa che la nazione scandinava sia poco
europeista. «La Svezia è pro-Europa, nel senso che vuole essere parte del club,
e che apprezza il fatto di poter esercitare una maggiore influenza [globale]
attraverso la sua appartenenza all’Unione europea. – osserva Landes – Comunque,
penso che la Svezia porti un po’ del suo atteggiamento eccezionalista al tavolo
europeo, e che nutra qualche diffidenza verso il modo in cui l’Europa opera
(non è la sola, immagino…). Gli svedesi ritengono importante continuare a fare
a modo loro sulle cose che contano, si guardi solo alle modalità usate per
decidere se partecipare all’eurozona o meno… Non penso che aderiranno presto
all’euro. Molti di loro pensano che sia una buona cosa far parte dell’Unione
europea, ma è ancora diffusa la sensazione che l’Europa sia “là sotto”, e che
la Svezia abbia una serie di interessi e necessità che potrebbero non sempre
essere in linea con quanto si decide a Bruxelles». Difficile dare torto agli
svedesi, considerando quanto sia complesso e particolare il loro modello economico.
Anche solo descriverlo è un’impresa ardua.
«Esistono molte definizioni del modello svedese – spiega a
Linkiesta il professor Lennart Erixon, autorevole economista dell’università di
Stoccolma – . Alcune di queste definizioni rendono difficile distinguere la
Svezia da altri Paesi nordici, così come da altre piccole economie aperte
dell’Europa occidentale. Un’ampia definizione sociologica del modello svedese
attribuisce particolare enfasi ai programmi universalistici di welfare
nazionali finanziati dalle tasse, ai trasferimenti pubblici e alle
assicurazioni sociali collegate al reddito. Questa definizione generale dà peso
anche alla politica fiscale egualitaria della Svezia e alla sua attiva politica
di occupazione finalizzata al pieno impiego».
Secondo Erixon, «alcune versioni di questa definizione
gettano luce sul forte consenso che domina la politica e il mercato del lavoro
svedesi, la centralizzazione del mercato del lavoro stesso e la posizione
eccezionalmente forte che hanno avuto nel corso della storia il partito
socialdemocratico e i sindacati, in particolare la Landsorganisationen (Lo), la
federazione centrale dei collari blu». Una definizione abbastanza simile del
modello svedese, o nordico, enfatizza «l’apertura alla globalizzazione, alle nuove
tecnologie e ai meccanismi collettivi di “condivisione dei rischi” che
proteggono i cittadini contro le conseguenze negative della concorrenza
straniera e della nuova tecnologia. La rete di sicurezza è costituita da forti
sindacati, generosi sussidi di disoccupazione, politiche del lavoro fatte per
incrementare la mobilità occupazionale ed estesi programmi di formazione».
Per Erixon c’è una specifica versione del modello svedese
che rende il suo Paese diverso dal resto della Scandinavia: è il modello Rehn-Meidner,
elaborato negli anni Cinquanta da due economisti del sindacato LO. «Questo
modello invoca politiche economiche anticicliche keynesiane affiancandole a una
politica fiscale e monetaria restrittiva nel medio periodo. – spiega
l’economista – . Politiche attive del lavoro e una politica di solidarietà
salariale sono gli altri pilastri del modello. Lo scopo è raggiungere i quattro
obiettivi della politica economica del secondo dopoguerra: pieno impiego, bassa
inflazione, alta crescita e giustizia, ossia paghe simili per mansioni simili,
a prescindere dalla redditività delle singole aziende».
La principale differenza tra il modello keynesiano e quello
Rehn-Meidner è che il primo può comportare una politica monetaria e fiscale
espansiva per garantire la piena occupazione, così come misure di contenimento
salariale e interventi fiscali straordinari per contrastare l’inflazione. Al
contrario il modello Rehn-Meidner cerca di frenare l’inflazione attraverso
politiche economiche restrittive nel medio periodo, e di realizzare la piena
occupazione attraverso politiche attive del lavoro da combinarsi con misure
keynesiane nei momenti di profonda recessione.
«Il modello Rehn-Meidner fu applicato soprattutto negli anni
Sessanta e nei primi anni Settanta. Nel periodo seguente, sino ai primi anni
Novanta, i politici svedesi furono incapaci di attuare le politiche economiche
restrittive del modello, provocando un’alta inflazione – continua Erixon – .
Tuttavia ci sono reminescenze del modello persino oggi. Perfino i governi
non-socialdemocratici hanno varato estese misure a favore del mercato del
lavoro».
Il modello Rehn-Meidner non gode di grande fama fuori dalla
Scandinavia. Più fortuna ha avuto un concetto coniato dal giornalista americano
Marquis Childs negli anni Trenta, «per distinguere la Svezia, con i suoi allora
embrionici programmi di welfare, dal comunismo e dal capitalismo»: si tratta
della nozione di “terza via”, «usata per descrivere nel dopoguerra, in diversi
contesti, il modello svedese. Per esempio il modello Rehn-Meidner fu visto come
un programma politico-economico a metà strada tra il keynesianesimo e il
monetarismo. I socialdemocratici usarono tale nozione negli anni Ottanta per
descrivere una politica economica che di fatto si allontanava dal modello
Rehn-Meidner – spiega Erixon – . La terza via fu poi utilizzata da Tony Blair
per descrivere un programma socialdemocratico che era solo parzialmente in
accordo con la terza via svedese. Il risultato di tutti questi usi
[inappropriati] è che il concetto di terza via non è invocato spesso nella
Svezia odierna».
Terza via o meno, la Svezia sembra aver faticosamente
elaborato, nel corso degli anni, un modello economico promettente. Che cerca di
superare sia il dogmatismo liberista, sia l’assistenzialismo della sinistra
tradizionale. Supportando un capitalismo di successo, e al contempo una società
egualitaria. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Leggi il resto:
http://www.linkiesta.it/modello-economico-svedese#ixzz2Qu9bd1Sr
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