di Anna Lisa Maugeri

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L’ultima storia consumata da giornali e
televisioni è quella di Rosaria, la giovane campana e aspirante miss
finita in ospedale per un calcio all’addome da parte del proprio
compagno, l’amore della sua vita, che la farà tornare a casa
con un organo in meno, ma che forse troverà proprio in lei, nella sua
stessa vittima, la principale testimone pronta a prendere le sue difese.
Abbiamo alle spalle mesi di telegiornali
costretti a informarci, quasi quotidianamente, su casi sempre nuovi di
donne uccise e massacrate da fidanzati gelosi o ex-compagni
ossessionati.

Non dovremmo davvero pensare che a tutto ciò ci si possa abituare.
Nel 2013 sono state meno fortunate di
Rosaria le centoventiquattro donne uccise per mano di uomini, un
fenomeno che lo scrittore e giornalista Roberto Saviano ha voluto
riconoscere e identificare in una sola parola: femminicidio.
Ma perché accade? Una spiegazione alla
morte di così tante donne, tutte accomunate da uno stesso tragico
destino, dobbiamo cercarla. Dobbiamo trovarla.
È colpa degli uomini (…certi uomini…):
la loro percezione di donna-compagna è distorta a tal punto da
trasformarle ai loro occhi in una proprietà personale, alla stregua di
un’auto o di un qualunque altro oggetto. Eppure per un raptus di follia
nessun uomo ha fatto a pezzi la macchina, e non ne avrebbe motivo: le
auto non pensano, non scelgono, vanno esattamente dove vuoi che vadano.
Inoltre, declassare la ferocia di questo genere di omicidi a raptus o
malattia mentale sarebbe un regalo per tutti quegli uomini che
scrupolosamente hanno meditato i loro delitti, cancellato le tracce dei
loro crimini, e finto in maniera fin troppo perfetta il proprio dolore
per quella morte tragica.
È colpa delle donne (…tutte…): se la
vanno cercando, mancano di dolcezza e comprensione, quella che le madri
usano ai figli, non accettano un tradimento, mortificano il compagno con
la propria indipendenza, poco pazienti, troppo esigenti, capaci come
sono di troncare storie insoddisfacenti, e poi “quante volte provocano?”, affermava persino un parroco nei volantini affissi sui muri esterni della propria chiesa.
Colpa di un’educazione sentimentale
errata di entrambi, di una mancata educazione al rispetto di sé stessi e
degli altri, di una società in cui vige il divieto di risultare
perdenti, deboli, tristi, sconfitti.
È un mondo di isole quello in cui viviamo, dove la parola amore si confonde con possesso,
e servono barchette di salvataggio perché chi non ce la fa a
distinguere le due cose possa trovare qualcuno che lo aiuti a capire.
Ne è passato di tempo da quando le donne
erano pronte a manifestare per vedersi riconosciuto il diritto del
voto, del divorzio, dell’aborto, il tempo in cui ogni donna ritrovava la
dignità davanti ad uno Stato che aboliva il delitto d’onore; sembra
lontano anche quello più recente delle donne in piazza perché “adesso è
il corpo delle donne a dover essere difeso”, forse anche da sé stesse
che non sanno negarlo alla bramosia di una telecamera che si infila
sotto la sua minigonna mentre balla su un palco, o di un conduttore che
le rinchiude sotto un tavolo di vetro.
È il mondo intero a dichiarare tutti i giorni che esse sono solo oggetti. Quelle donne hanno gridato rispetto,
e continuano a farlo anche per tutte le altre, anche per quelle che
considerano più importante finire sulle copertine di tutti i giornali,
poco importa se per vicende giudiziarie scandalose.
Forse il mondo intero fa più chiasso
delle loro voci.
Le donne pronte a stringersi come un pugno per colpire ogni forma di
odio, violenza e sessismo nei loro confronti stanno diventando anch’esse
un mondo pieno di isole.
Ognuna segue la propria strada, ogni
vita frenetica persa a rincorrere il tempo che non basta mai, a coprire
col trucco quell’espressione di inadeguatezza sul viso; ognuna
ossessionata dal proprio corpo, da quei vuoti d’amore ereditati da
bambine o scavati da uomini sbagliati, ognuna profondamente sola che
verso le donne uccise o violate avrà comprensione e rispetto, ma che a
volte sarà capace anche di ricoprirle di pregiudizi e condanne.
Perché lo sentiamo tutte quel sottofondo
triste e amaro che finisce per convincere anche noi: in un modo o
nell’altro, è sempre un po’ più colpa delle donne.
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