Ci sarebbe poco da aggiungere a questo commentario ragionato
di Flavio sulla questione della "svendita all'estero" dell'industria
italiana. Questione che, nei media italiani si tende ad affrontare continuando
a dare la colpa alla eccessiva tassazione e dimenticando che essa è solo un
corollario di una "verità" più ampia e, complessivamente, ben
diversa.

Essa ha a che fare con il
divorzio tesoro-Bankitalia, col legare il nostro cambio al marco (nelle varie
forme partite con lo SME), con la competitività di prezzo regalata a
concorrenti che "barano" e che addirittura additiamo a modello, con
la assurda auto-preclusione della domanda estera, con una connessa debolezza
della spesa pubblica, corrente e per investimenti: tutti elementi che hanno
determinato la crisi da domanda in cui ora ci ritroviamo. Senza che i
governanti lo vogliano riconoscere come tale e senza che, comunque, mostrino la
benchè minima volontà di adottare i provvedimenti indispensabili per
risolverla.
Le vere cause della svendita del “Made in Italy”.
Lo Stato colpevole, lo Stato che spreca, lo Stato che
impedisce all’impresa di sopravvivere. Il luogo comunismo imperversa anche sul
web. Noi, nel nostro piccolo, ci dedichiamo a correggere le “lievi imprecisioni”
che da troppe parti falsificano la storia economica del nostro paese. Ci
dedichiamo oggi ad un articolo di qualche tempo fa’. Partiamo dal pezzo:
eccolo.
Prima di tutto suggeriamo di leggerlo completamente. Perché
è molto utile: la prima parte, fatto salvo un passo non chiaro sulla politica,
è sostanzialmente corretta, inoltre la tabella delle aziende italiane di
proprietà straniera ci può aiutare a capire molte cose sui comportamenti
ufficiali delle stesse imprese in questa crisi oramai divenuta di lungo corso.
Che il liberoscambismo europeo sia un male per il nostro paese (cfr. ad
esempio) non lo diciamo solo noi, ma numerosi altri economisti di fama
internazionale tra cui Dani Rodrik.
Partire con il piglio giusto però non vuol dire, come in
questo caso, giungere alle conclusioni corrette. Tutt’altro. Le parole:
“mercato unico”, “libero mercato”, “adeguarsi all’Europa” possono risuonare
dolci al lettore disattento ma, come sentenzia il famoso proverbio, il diavolo
fa le pentole, non i coperchi. Il perché di queste nostre rimostranze? E’
presto detto.
Innanzitutto per dovere di informazione: farla nel modo
corretto, senza urlare, né sparando dati o numeri a caso, in momenti di crisi
come quello in cui stiamo vivendo, risulta essere quanto mai di fondamentale
importanza. Indispensabile è inoltre focalizzare bene il cosiddetto “colpevole”
che si vorrebbe andare a smascherare. Cerchiamo quindi di fare chiarezza.
Sostanzialmente l’incipit del post linkato è corretto: non è
difficile dimostrare come, nella realtà, numerose aziende italiane siano di
fatto di proprietà estera. Altro che Made in Italy quindi direte voi!! Calma,
un passo per volta. Che ciò accada è purtroppo vero. Ma non dimentichiamoci di
tutte quelle aziende che in Italia producono e mantengono viva l’occupazione ed
il lustro dei nostri prodotti nel mondo. imprenditori e lavoratori encomiabili,
che andrebbero premiati per il loro coraggio. Ma, ritornando a noi, davvero
vogliamo credere che la colpa di quanto accade in Italia sia solo ed esclusivamente
dello Stato italiano? Davvero vogliamo credere che a far fuggire gli
imprenditori siano state solo le tasse, i sindacati comunisti e la Costituzione
sovietica?
Dichiarare che l’impresa in Italia è ostaggio dalla
Costituzione, che ne farebbe il nemico pubblico numero uno, non è assolutamente
corretto. Affermando ciò, infatti, ci si pone in palese contrasto con quanto
affermato nell’art.41 della nostra Carta: “L'iniziativa economica privata è
libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da
recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge
determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica
pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”.
Vorremmo capire come questo articolo, ad esempio, ostacoli
l’iniziativa privata e possa in qualche modo andare in contrasto con l’attività
imprenditoriale, visto che la Costituzione definisce esplicitamente il ruolo
“sociale” che essa deve avere: essere cioè fonte di lavoro, occupazione,
reddito e quindi risparmio per i cittadini che si tramutano necessariamente,
attenzione, in domanda per i beni delle imprese stesse. Dov’è quindi che la
Costituzione uccide l’impresa? Perché mette dei paletti vincolandola ai “fini
sociali”, che non sono nient’altro che i diritti al lavoro, al reddito
dignitoso, alla sanità pubblica, alla previdenza, alla maternità dei cittadini
e delle cittadine italiani/e? O forse, come afferma Kalecky, essa è scomoda
perché intralcia qualcos’altro?
La figura dell’imprenditore, come ben sapete, è disciplinata
inoltre nel Codice civile all’art.2082. Imprenditore è colui che “esercita
professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o
dello scambio di beni o servizi”. Beni e servizi, non finanza quindi (sempre
che non si voglia far rientrare nei servizi resi al pubblico l'attività di
trading sui "nuovi" strumenti finanziari che le banche svolgono
sostanzialmente "in proprio", sia operando direttamente come investitore-scommettitore,
sia orientando, in conflitto di interessi, il risparmiatore che entra in
rapporto con loro per "consulenze" di investimento).
Il Codice civile definisce la figura dell’imprenditore e non
quella dell’impresa, ponendo in primo piano la persona che esercita l’impresa e
non l’organizzazione, in quanto l’economia è fatta per le persone, non le
persone per l’economia. E le persone hanno doveri, certo, ma pure dei diritti.
La libertà economica riconosciuta dalla Costituzione si
differenzia dalle altre libertà fondamentali anch’esse previste nella Carta in
quanto non può essere esercitata tenendo conto dei soli interessi
dell’imprenditore, ma deve tenere conto anche degli interessi di quei soggetti
su cui si possono riflettere le scelte aziendali. Bene.
Il problema principale quindi è: quando un’azienda chiude,
de-localizza o viene acquistata da una multinazionale straniera (come sta
accadendo ad esempio or ora in Italia), essa tiene conto degli interessi
“estranei” all’imprenditore?
Non pare. Dimenticare quindi il ruolo che certe scelte
politiche ed economiche hanno avuto sull’economia italiana, e sulle scelte
imprenditoriali nazionali, in questi ultimi trent’anni è errore grave. Non
scomodiamo di certo Francesco Carlucci, che nel suo “L’Italia in ristagno”, Franco
Angeli 2008, ben fotografa l’errore cardine: l’entrata in un sistema di cambi
fissi insostenibile per la nostra economia. Che l’Euro sia per l’Italia una
moneta sopravvalutata non è difficile da dimostrare: non credo servano molti
esempi. Basterà per chi è già avvezzo, dare un rapido sguardo a due o tre cose
:
- il saldo partite
correnti italiano negativo dell’ultimo decennio
o figura 2 linea blu;
- il tasso di cambio nominale euro/dollaro;
- il CLUP italiano al
confronto con i concorrenti (cfr. pagina 64 bollettino Bankitalia) .
Cosa ci dicono questi tre dati? Che la moneta unica ha
chiuso i nostri mercati di sbocco, strozzando la domanda estera. Infatti, a
fronte di un conto di parte corrente negativo, che avrebbe quindi dovuto dare
luogo ad una progressiva svalutazione della divisa nazionale (meno richiesta
dai mercati), il sistema Italia si ritrova con cambio nominale (verso gli Usa
ad esempio) in costante rivalutazione verso “l’esterno” dell’Eurozona, ed un
andamento dei prezzi interni in aumento al confronto con quelli dei propri
partner commerciali (in EU i principali sono infatti Germania e Francia).
Un’enorme perdita di competitività quindi, sia all’interno dell’Eurozona
(Clup), che all’esterno della stessa (Euro forte), che ha facilitato l’import
ed ostacolato l’esportazione (deficit partite correnti), a danno delle imprese
italiane e dell’occupazione nazionale.
C’è chi dice che senza l’Euro avremmo "fatto il
botto"…ma, dopo aver visto questo terrificante grafico, possiamo davvero
essere ancora sicuri di ciò?
Alla domanda estera stagnante, aggiungiamo quanto afferma
Giarda nel suo famoso report sulla spesa pubblica :
“Per un lungo periodo il peso degli interessi passivi sul
totale della spesa è progressivamente aumentato, passando al 3,8% nel 1951 al
10,7% nel 1980, al 12,7% nel 1993. Si è gradualmente ridotto fino all’8,8% nel
2010. Nel corso del periodo in esame, si è drasticamente ridotto il peso delle
componenti tradizionali dell’intervento pubblico, la fornitura di servizi
pubblici, le spese per trasferimenti di sostegno alle famiglie e gli
investimenti pubblici; complessivamente queste tre categorie di spesa
assorbivano l’81,9% del totale nel 1951, il 59,8% nel 1980 e il 57% nel 2010.
La quota dei consumi pubblici nella spesa complessiva è scesa dal 54,4% nel
1951 e si è stabilizzata a partire dal 1980 nell’intorno del 41% del totale; la
quota degli investimenti pubblici è scesa dal 15,4% del totale nel 1951 al
10,8% nel 1980 e al 6,8% nel 2010. I numerosi programmi di sostegno di individui,
lavoratori e famiglie assorbivano il 12,1% del totale della spesa nel 1951, il
8,1% nel 1980 e il 8,8% nel 2010.”.
Cosa ci dicono questi dati? Che, oltre la domanda estera,
manca anche quella pubblica.
Quest’ultima ha dovuto nell’ultimo trentennio far fronte ad
un imprevisto di non poco conto: gli interessi.
Lo dice lo stesso Giarda: negli ultimi anni si sono
letteralmente regalati, perché di elargizione a titolo gratuito si tratta,
miliardi e miliardi di interessi alle banche, a cui lo Stato italiano si deve
rivolgere, non potendo, prima a seguito del "divorzio", e poi da
trattato UE-Maastricht, avere più Bankitalia come prestatore di ultima istanza,
per ottenere la liquidità necessaria per le proprie spese. Omettere questo dato
di non poco conto, significa sostanzialmente fare informazione NON corretta.
80, 90, 100 miliardi trasferiti l’anno alle banche, private, quante manovre
sono?
Quanti investimenti si possono fare con tutti quei soldi,
nostri, per rimettere in moto i NOSTRI ospedali pubblici, le NOSTRE ferrovie,
le NOSTRE scuole fatiscenti, la NOSTRA fibra ottica per aiutare le NOSTRE
imprese. Ecco, partiamo da qui. Partiamo dal fatto che 90 miliardi l’anno di
soldi, NOSTRI, vanno alle banche tedesche, americane, francesi, italiane e non
finiscono nelle nostre tasche sotto forma di servizi pubblici al cittadino, o
domanda aggiuntiva per i beni ed i servizi delle NOSTRE imprese.
Tralasciando le enormità trasferite all’UE per i salvataggi
dei paesi in difficoltà. Pensiamoci bene quando parliamo di spesa pubblica da
ridurre, come da troppe parti a sproposito si continua a fare, dato che lo
Stato italiano da oltre vent’anni fa AVANZO PRIMARIO . Pensiamoci, e pensiamo a
tutte le cose che si potrebbero mettere a posto ed a come la nostra economia
ripartirebbe. Dire che la spesa pubblica italiana va ridotta perché strozza le
imprese, è dire un’emerita stupidaggine se non si specificano le parole “per
interessi”. Perché? Perché Giarda il debito pubblico lo studia da 30 anni. E
dire che lui non ci capisce nulla è cosa grave… da bocciatura all’esame di
economia del primo anno.
Chiusa la doverosa digressione, ci chiediamo quindi: e se
manca la domanda, gli investimenti in ottica futura, dal lato
dell’imprenditore, si fanno oppure no? Domanda retorica.
Studi dimostrano che, a fronte di questi “intoppi” accade
che “In Italia anche l’andamento della formazione del capitale risulta più
basso, per tutto il periodo considerato, rispetto alla Francia e alla media
europea, mentre risulta superiore a quello della Germania per buona parte del
periodo a partire dall’inizio del nuovo secolo, fino al 2009, evidente indizio
che non conta solo il volume, ma anche la qualità degli investimenti. Con la
crisi, dopo il 2007, questa variabile assume in Italia un andamento
drammaticamente decrescente, molto più accentuato rispetto agli altri paesi. Il
problema degli investimenti si presenta quindi particolarmente acuto nel nostro
paese durante la crisi e l’effetto delle politiche di austerità è quello
deprimere gli investimenti, cioè proprio una dei fattori essenziali su cui
puntare per uscire dalla crisi. In
conclusione i dati sembrano supportare l’ipotesi che una parte considerevole,
anche se, a parere di chi scrive, non esaustiva, delle cause delle difficoltà
attuali dell’Italia, anche in rapporto agli altri paesi europei, sono legate
all’andamento della domanda aggregata. Ad esempio, è difficile negare che una
scarsa dinamica della domanda domestica non abbia conseguenze molto negative
per le micro imprese, che difficilmente, a differenza delle medie, possono
essere orientate all’esportazione. Basti pensare che nella manifattura in
Italia, secondo dati Eurostat, prima della crisi era impiegato nelle micro
imprese (da 1 a 9 occupati) il 25% dell’occupazione totale del settore, mentre
in Germania appena il 6% e in Francia il 12%. Inoltre in ciascuna micro-impresa
in Italia sono impiegati in media 2,8 lavoratori. Ignorare questo aspetto
significa entrare in una spirale recessiva da cui è onestamente difficile
vedere l’uscita.”.
Aggiungiamoci inoltre un altro drammatico dato, il ristagno
dei salari reali : “L’accordo del luglio
1993 raggiunge il suo principale obiettivo ovvero la moderazione salariale,
contribuendo così alla stagnazione dei salari a livello nazionale... In
seguito, sotto la pressione delle novità legislative introdotte nel mercato del
lavoro, la flessibilità del lavoro, in particolare quella “in entrata”, è
aumentata in modo consistente: il lavoro a termine, il lavoro a progetto e
tutte le forme atipiche di lavoro sono esplose. Il processo è stato completato
di recente con una legge del giugno 2012 che ha introdotto alcune forme di
flessibilità del lavoro “in uscita”. Tuttavia, la flessibilizzazione del
mercato del lavoro non è stata accompagnata da un livello più elevato livello
di spesa pubblica per la dimensione sociale, per l’occupazione e più in
generale per le politiche del lavoro (come è spesso il caso nei paesi che hanno
introdotto un cosiddetto modello di “flexicurity” come la Danimarca o la
Svezia). In realtà, si è verificato tutto il contrario poiché anche il salario
indiretto (ovvero la spesa pubblica per le politiche sociali) è diminuito. La disuguaglianza
del reddito è aumentata e il potere d’acquisto dei lavoratori è diminuito.”.
Tutto ciò, ragionando per assurdo, avrebbe dovuto in qualche
modo stimolare la competitività della nostra economia, ed invece: “Appare
chiara una forte diminuzione del livello della domanda aggregata italiana
causata da una diminuzione drammatica dei consumi che a sua volta è generata
dalla sensibile riduzione della quota dei salari sul Pil, dalla marcata
diminuzione del salario indiretto, vale a dire la spesa pubblica, in
particolare nelle dimensioni sociali, dall’aumento della disuguaglianza e dalla
pressione sul lavoro e sui salari causata da una forte flessibilità del lavoro
e dalla conseguente creazione di posti di lavoro precari. Il calo della domanda
aggregata è la causa principale della riduzione del PIL e, più generalmente,
della recessione…
Le imprese, a causa dei costi del lavoro relativamente più
bassi (garantiti appunto dalle pressioni della flessibilità), e delle
protezioni di cui possono godere nel mercato dei beni, preferiscono una
strategia di investimenti “labour intensive” piuttosto che una strategia di
innovazione tecnologica (in contraddizione con quanto stabilito negli accordi
di luglio del 1993)...
L’analisi dei dati rivela che la dinamica di crescita delle
principali componenti del PIL è sistematicamente al di sotto di quella dei
principali partner (Francia e Germania). In particolare, il contributo alla
crescita del consumo - elemento cruciale della domanda aggregata - è pari solo
allo 0,3% nell’ultimo decennio; il valore più basso tra quelli registrati dai
paesi OCSE ed una delle peggiori performance dalla Seconda Guerra Mondiale in
poi. Una dinamica simile riguarda il contributo degli investimenti alla
crescita e il contributo della spesa pubblica alla crescita.
La scarsa dinamica di crescita delle principali componenti
del PIL può confermare la nostra ipotesi: il crollo della domanda è una
conseguenza di un calo dei consumi e degli investimenti. La dinamica delle
esportazioni ha registrato una crescita cumulativa nel periodo 1990-2011
superiore rispetto alle altre componenti, ma ancora inferiore a quella di
Francia e Germania. La politica economica negli ultimi 15-20 anni non ha
sostenuto la domanda interna, e la competitività internazionale ha mirato solo
a tagliare i costi del lavoro attraverso la flessibilità del lavoro e una
pressione sui salari che ha portato alla loro stagnazione. Alla fine, tuttavia,
le esportazioni non erano più sufficienti per sostenere la domanda aggregata e
mantenere una dinamica positiva del PIL; la produttività del lavoro non è
cresciuta anche perché non si è investito.
Nell’Unione Europea,
Italia compresa, fino a prima della crisi del 2007-08, si è avuto un aumento di
occupazione nel settore terziario, frammentato e disorganizzato, scarsamente
motivato e poco retribuito. La conseguenza è stata la bassa produttività
dell’economia europea, e di quella italiana in particolare. Alla fine, l’unico
dato parzialmente positivo, cioè il relativo aumento di occupazione, è stato
negativamente compensato dall’andamento negativo della produttività, dalla
riduzione della percentuale dei salari sul Pil, dalla riduzione del potere di
acquisto dei lavoratori e dalla scarsa dinamica del Pil. La mancata crescita
economica e l’attuale crisi hanno riportato l’occupazione sui bassi livelli
iniziali, soprattutto in Italia.
I minori salari reali, hanno portato, un aumento dei
profitti, i quali non si sono trasformati in maggiori investimenti. Il sistema
economico non ha ottenuto effetti positivi in termini di produttività e
crescita economica.”.
Ancora convinti che l’Italia non sia un paese per
imprenditori a causa “dell’arretratezza culturale e dall’aspirazione a divenire
dipendenti pubblici”?
Nel caso non foste ancora persuasi, Vi chiediamo: alla luce
di quanto sopra affermato, e dovendo avere a che fare con concorrenti così, che
praticano dumping salariale (qui alla Daimler, ed i famosi minijobs teutonici
salvati dal sussidio statale) e dumping fiscale (i casi irlandesi per Apple ed inglesi della FIAT, sono all’ordine del giorno, per non parlare
di quello, ben noto, tedesco ), sommati a tutti i problemi di domanda estera ed
interna, e di calo dei consumi causa salari reali stagnanti se non calanti, possiamo
ancora dire che la colpa sia SOLO ed esclusivamente dello Stato e della
Costituzione sovietica, oppure le svendite agli stranieri di aziende italiane,
produttrici del Made in Italy, esaurite da una tassazione assurda, derivano
piuttosto dall’assenza per lo Stato di un prestatore di ultima istanza e da una
domanda aggregata in continuo calo, entrambe generate dai trattati di
Maastricht e dalle direttive UE?
Per questi due motivi gli imprenditori italiani vendono agli
stranieri: perché produrre in queste condizioni, con tasse sempre più alte, per
ripagare via avanzi primari costanti il debito alle banche ed avendo a che fare
con clienti senza soldi, non ha senso!!!
Mettendoci dalla parte dell’imprenditore: che senso ha
investire e produrre, se nessuno compra? Tanto meglio vendere la propria attività
alle multinazionali, almeno si ha un ritorno economico e si evitano numerosi
problemi al fegato.
Chi non ricorda infine lo SME (in cui confluì l’Alivar), l’azienda pubblica
italiana “incubatore” del settore agricolo-alimentare italiano? Provate a cerca
in rete quante, delle aziende menzionate nella tabella dell’articolo, facevano
parte di quel gruppo. Quando venne smembrato? Nel 1993… Vi ricorda qualcosa,
come poi ha stimato la Corte dei conti, il lo “vuole l’Europa” ?
Ecco, pure lo SME fu parte della svendita coatta che diede
il via alla prima vera ondata di privatizzazioni italiane degli anni ’90.
Dare uno sguardo alla galassia IRI 1992 di pagina 21, figura
4, del documento della Corte dei Conti è istruttivo. E’ bello infatti notare
quanti, dei gruppi indicati nella tabella dell’articolo da cui prendiamo le
mosse, e inizialmente linkato, facevano al tempo parte dello SME o dello stesso
Istituto per la Ricostruzione Industriale.
Ecco il motivo per cui furono privatizzate: per fare cassa,
per tentare di rispettare i vincoli fiscali di deficit al 3% e debito pubblico
al 60% del trattato di Maastricht, nella speranza di poter aderire
definitivamente alla moneta unica negli stessi tempi degli altri partecipanti.
Finendo, alla fin dei conti, in mano estera.
Vi ricordo, nel caso non fosse ancora chiaro, quanto si
afferma in un bel documento Deutsche Bank: “Il rinnovato concentrarsi
sull'economia di mercato in seguito al declino del socialismo, ed i
concomitanti stimoli delle istituzioni europee, hanno svolto un ruolo
importante. Da un verso, la legislazione che richiedeva l'apertura
dell’economia ai mercati ha comportato una notevole pressione sui vari governi
per sciogliere i loro attuali monopoli… privatizzando attività e strutture
pubbliche. Dall’altro…i Paesi membri dell'UE hanno utilizzato le
privatizzazioni per… migliorare la posizione dei loro bilanci pubblici nel
periodo di poco precedente al lancio dell'Unione…e quindi… soddisfare i criteri
di convergenza fiscale del Trattato di Maastricht. I governi si sono
focalizzati principalmente sulla cessione di partecipazioni delle imprese
statali nei settori delle telecomunicazioni e della fornitura di energia…la
maggior parte dei Paesi dell'UE hanno registrato le loro entrate più alte dalle
privatizzazioni in questo periodo.”.
Eccolo il vero motivo che strozza l’impresa: il trattato di
Maastricht!! E’ questa la causa! Allora, che senso ha dire che la colpa è dello
Stato, se non si capisce che il vero punto di partenza di un’analisi corretta
deve essere la moneta unica ed i trattati di Maastricht e di Lisbona!?!
Basta dare uno sguardo su Wikipedia e cercare il nome di una
azienda delle tante citate, a caso: Avio, Fastweb, Buitoni, San Pellegrino,
Parmalat, Carapelli, Standa, Coin,
Ducati (in mano ad Audi, gruppo
Volkswagen, Germania). Segni particolari di queste aziende? Tutte italiane,
pubbliche o private che fossero, tutte vendute agli stranieri, e tutte, caso
strano, cedute negli anni del declino economico italiano iniziato negli anni
’80 e continuato fino ai giorni nostri.
Colpa dello Stato o colpa delle vicissitudini che lo Stato e
l’economia italiana hanno dovuto subire in questo trentennio di adesione alla
“zona del marco allargata”? Dopo la lettura di questi due post, qual è per Voi,
tra le due, la soluzione più plausibile?
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