È affondata
nella notte del 2 luglio nell'Oceano Atlantico il Perro Negro 6, una delle 6
piattaforme marine 'offshore' di Saipem, sussidiaria di Eni. Il disastro, afferma
Greenpeace, ripropone con urgenza la questione della sicurezza
di questi impianti.
di Matteo
Marini

Il Perro
Negro 6, piattaforma marina che fa parte del gruppo Saipem (azienda sussidiaria
di ENI, leader nella realizzazione di impianti petroliferi e in ambito di
perforazioni) è affondato, nella notte tra l'1 e il 2 luglio scorso, nelle acque
dell'Oceano Atlantico.
A
renderlo noto, un paio di giorni fa, è stata la stessa Saipem , con
un comunicato in cui vengono spiegati e ricostruiti gli andamenti dei fatti. Il
bilancio dell'incidente, a quanto si sa fino adesso, è di un disperso e 6
feriti. Le cause, sembrano da imputarsi al cedimento del fondo marino sotto una
delle 3 gambe del Perro.
Altro
dettaglio: la piattaforma, costruita nel 2009 in Indonesia e capace
di lavorare in acque profonde più di 100 metri , si è inabissata precisamente all'altezza
della foce del fiume Congo, tra l'Angola e la Repubblica Democratica
del Congo (ad una profondità di circa 40 metri ).
Nella
notte in questione, il mezzo stava compiendo delle operazioni di posizionamento
che sarebbero state utili alla perforazione. Venendo meno il fondale, la struttura ha incominciato
ad imbarcare acqua ed è scomparsa nelle profondita dell'oceano intorno alle
10.30 del mattino. Fortunatamente, avendo attivato per tempo l'allarme e avendo
fatto evacuare la piattaforma, non c'erano membri dell'equipaggio. Eppure, nonostante
questo, su 103 membri si contano un disperso e 6 feriti.
La
Saipem, per adesso, non sa se ci sono stati danni ambientali e sottolinea di
aver preso tutte le misure di prevenzione previste e di essere assicurata sia
per la perdita
dell'impianto , sia che per eventuali danni ambientali e per la rimozione del relitto.
Il fatto poi che il Perro Negro 6 operasse in acque non particolarmente
profonde, attenuerebbe ancora di più l'investimento economico per rimediare a
questo incidente.
Il dramma
della piattaforma Perro Negro 6, di proprietà della Saipem - sussidiaria di Eni
- affondata ieri in Congo, ripropone con urgenza la questione della sicurezza
di questi impianti, proprio quando anche nei nostri mari è in corso un vero e
proprio assalto all'oro nero.
E' quanto
afferma Greenpeace che ricorda come "a poco meno di un mese dallo
sversamento di petrolio a Gela, Eni é di nuovo sul banco degli imputati".
"Pensare
che la Saipem sarà
capace di trivellare in piena sicurezza a 700 metri di profondità
nel Canale di Sicilia mentre non riesce a gestire una perforazione a 40 metri in Congo è una
follia. Eppure, negli studi di impatto ambientale presentati per farsi
autorizzare i pozzi esplorativi nel Canale di Sicilia, Eni continua a non prendere
in considerazione l'eventualità di un serio incidente", dichiara Alessandro
Gannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia.
Eni
millanta procedure d'avanguardia che escluderebbero ogni rilevante pericolo, ma
alla luce di quello che è successo alla Perro Negro 6, non sembrano eccessive
le richieste delle autorità norvegesi che (dopo l'incidente della piattaforma
Scarabeo8)avevano già chiesto a Saipem di rivedere "la gestione dei processi "
e di "applicare misure che garantiscano la conformità con i
requisiti relativi alla salute, sicurezza e l'ambiente, nella compagnia in generale."
Nonostante
i continui disastri, e le ovvie carenze negli Studi di Impatto Ambientale, la Commissione di valutazione
di impatto ambientale (VIA) avrebbe già dato parere favorevole per progetti di
trivellazione dei giacimenti Cassiopea e Argo nel Canale di Sicilia, e ora si
accinge a valutare la
richiesta su Vela 1 [1].
Questa è
l'ennesima dimostrazione che Eni non è in grado di operare in condizioni di
sicurezza. "Non possiamo permetterci di rischiare nuove catastrofi sulle
nostre coste. I progetti di estrazione di Eni - continua Greenpeace - rappresentano
un serio pericolo per l'ambiente, per la nostra salute e
per la nostra
economia. Per questo motivo, chiediamo al Ministro
dell'Ambiente di fare finalmente qualcosa e intervenire affinché la Commissione VIA effettui
finalmente una seria e indipendente valutazione dei rischi delle attività petrolifere
in mare. Allo stesso tempo, chiediamo a tutte le Regioni di schierarsi contro
le speculazioni di giganti petroliferi senza scrupoli".
Fonte:
http://www.ilcambiamento.it/inquinamenti/congo_affonda_piattaforma_petrolifera_fermare_trivellazioni.html
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