giovedì 4 luglio 2013

“DONNE CON GLI SHORTS NON LAMENTATEVI SE VI STUPRANO”: È POLEMICA SUL WEB

Una dichiarazione a dir poco “choc” che fa discutere il popolo del web.

Il femminicidio è una di quelle piaghe della nostra società che negli ultimi anni ha fatto registrare un caso sempre più crescente di episodi di violenza a discapito proprio della donne, spesso picchiate e brutalmente uccise dai loro compagni, mariti o familiari all’interno delle stesse mure di casa.
violenza-donne2
In queste ore sul web, si è alzato un bel polverone mediatico dovuto alle dichiarazioni fatte da un giornalista e scrittore Marco Cubeddu, il quale ha pubblicato un pezzo proprio sul femminicidio, sul quotidiano “Il secolo XIX”.

Nell’articolo, lo scrittore, rivolgendosi alle donne che soprattutto durante il periodo estivo indossano pantaloncini corti, dice: “Non possono lamentarsi se poi le stuprano”. Lo scrittore è giunto a questa riflessione dopo aver fatto un viaggio in Italia, in cui ha visto una miriade di ragazzine di età compresa tra i 13 e 15 anni che indossano questi pantaloncini super-corti, che mettono in bella mostra le cosce.
Una frase piuttosto forte e fortemente maschilista che ha suscitato una marea  di polemiche tra gli internauti, soprattutto tra coloro che utilizzano i social network. Su Facebook, infatti, migliaia sono stati i commenti negativi da parte delle persone che hanno tacciato di ignoranza il giornalista de “Il Secolo XIX”.
Nell’articolo, tuttavia, Cubeddu prende le distanze da qualsiasi tipo di violenza e omicidio, sostenendo che il termine “femminicidio” sia una vera e propria inutilità: “un omicidio è sempre un omicidio”, sostiene lo scrittore.
Le parole di Cubeddu hanno scatenato l’ira delle femministe che lo invitano a ritirare queste sue dichiarazioni e a chiedere scusa a tutte quelle donne che hanno subito violenza.
ECCO  L'ARTICOLO DEL SECOLO XIX


Genova - “Ragazze in shorts, ma vi siete viste?” è il titolo dell’articolo di Marco Cubeddu, il primo della rubrica “Intransigenze”, pubblicato ieri dal Secolo XIX. Il motivo per cui non è passato inosservato va molto oltre la scelta del tema, cioè la critica alle ragazzine, 14 anni o poco più, in giro in shorts per le città e per i paesi italiani. Sono alcuni passaggi contenuti nell’articolo ad aver scatenato la reazione dei lettori sui social network, Facebook e Twitter, così come via e-mail e nei commenti sul sito Internet. Passaggi talmente cristallini ed eloquenti da non aver bisogno di commento: “non possono lamentarsi se poi le stuprano”, attribuita dall’autore a un’amica e poi blandamente disinnescata (“non esiste e non deve esistere nessuna giustificazione o attenuante per azioni tanto barbare”); “penso che femminicidio sia una parola idiota. Un omicidio è un omicidio”; “Spesso le violenze domestiche nascono da situazioni in cui, donne con scarsa personalità, si legano a zotici della peggior risma”; “Perché le ragazzine si vestono così da sgualdrine?” e via così.
I fatti sono questi. Lo scrittore Marco Cubeddu, autore di “C.U.B.A.M.S.C.- Con una bomba a mano sul cuore” (Mondadori), che su Twitter si autodescrive dicendo “Non credo a una parola di quel che dico, figuriamoci di quello che scrivo”, ha suscitato un bel vespaio telematico, in cui i contestatori, uomini e donne, sono più numerosi di chi approva la presa di posizione accanita contro i poteri forti del Paese: cioè le ragazzine in festa per la fine della scuola. L’articolo di Cubeddu è definito «superficiale e crudele» da Lorella Zanardo , autrice del documentario “Il corpo delle donne” e dell’omonimo libro edito da Feltrinelli: un doppio lavoro sulla figura femminile in televisione. Zanardo parte dall’ultima frase dell’articolo, quella in cui l’autore dice: “Fin da giovani si può decidere chi si vuole diventare da grandi”. «Dimentica » dice Zanardo «l’influenza dei media, che propongono un unico modello di donna». Gli shorts possono non essere la conseguenza di tangibile «una scelta individuale, ma della volontà di aderire a un modello che la televisione propone e che le ragazzine vivono come quello vincente». «È difficile capire quanto l’esibizione del corpo sia una scelta individuale o indotta: negli anni ’60 il corpo era liberato, oggi la voglia di mostrarsi può essere imposta da un modello, come quello dei media, definito da adulti». Le possibilità, continua la studiosa «non sono uguali per tutti: alcune ragazze hanno una famiglia che le segue, altre hanno solo la televisione come maestra».
«Superficialità» e «crudeltà» nell’articolo di Cubeddu emergono poi, a detta di Lorella Zanardo, nella contestazione del termine “femminicidio”: «Marco deve capire» dice «che il femminicidio è l’omicidio di una donna in quanto donna: se un uomo entra in casa mia e mi ammazza per rubarmi la borsa, è un conto. Ma se il mio compagno mi uccide perché non vuole che io metta fine alla nostra relazione, quello è un femminicidio. Mi dispiace che a Cubeddu non piaccia questo termine: è tutt’altro che idiota, al contrario è necessario per interpretare ciò che accade».
Si parla poi della scarsa personalità: una mancanza caratteriale che, secondo Cubeddu, sarebbe “spesso” il viatico verso le violenze in famiglia. «Marco dovrebbe essere più informato» continua la Zanardo «quella che riporta è un’idea molto diffusa, riguardo alle donne che si mettono con persone violente. Non è così: il problema non è la scarsa personalità, semmai la scarsa autostima. Senza contare i casi, dolorosissimi, di donne che hanno iniziato relazioni con uomini assolutamente tranquilli: solo dopo anni i loro compagni hanno rivelato la loro natura violenta».
A detta di Lorella Zanardo, l’immane sasso nello stagno gettato da Cubeddu ha, però, generato un’onda positiva: ha suscitato, accanto a quelle delle lettrici, anche le reazioni di indignazione da parte di molti lettori. Una fra tutte, ad esempio, è la critica decisa di Fabio, che dice chiaramente “Una donna dovrebbe poter girare nuda per strada senza che un uomo si permetta di toccarla contro la sua volontà. Punto. E se questo non succede non è per colpa delle donne”. Tra i commenti “a favore” c’è anche chi scrive “Marco sono d’accordo con te. Infatti non è questione di generazioni, ma di fragilità umana”. Mentre fra le lettere, arrivate via e-mail, c’è anche quella di Marina Dondero, che scrive: “Femminicidio non è una parola idiota ma significa una donna ammazzata in quanto donna, perché non si assoggetta al modello che ha in testa l’ uomo, che la ritiene di sua proprietà. E la storia che (...) alla fine lo stupro o laviolenza te la sei andata a cercare fa parte di quella cultura maschilista e violenta contro la quale si sta faticosamente lottando per cercare di cambiare il nostro Paese e renderlo un paese nel quale le donne non debbano aver paura di vivere».

Nessun commento:

Posta un commento