I bulgari non dimenticano Jan Palach
di Andrea Perrone
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| foto web |
Ma torniamo ai tragici eventi di questi giorni messi in atto come segno estremo di protesta e disperazione.
Le telecamere di sicurezza hanno ripreso il momento esatto in cui un cittadino bulgaro disgustato dalla corruzione
della sua città natale, situata in una piccola provincia della
Bulgaria, si è cosparso con estrema calma di benzina e poi si è dato
fuoco davanti alla sede del presidente bulgaro a Sofia. Questa
settimana, è il quarto uomo in meno di un mese che ha effettuato la
stessa azione disperata di fronte alla sede presidenziale nella
capitale.
La scelta di
darsi fuoco, un gesto veramente drammatico equivalente a quello di
togliersi la vita, che ha già portato alla morte di tre dei quattro
uomini, ha una notevole somiglianza con una serie di eventi simili
avvenuti circa mezzo secolo fa in Europa centro-orientale, quando per lo
più dei giovani intellettuali in segno di rivolta contro il dominio
sovietico e comunista, si ribellarono dandosi fuoco e chiedendo libertà e
giustizia contro il giogo militare e politico del socialismo reale.
Un
quarto di secolo dopo la caduta del comunismo in Bulgaria e nell’area
orientale del Vecchio Continente, i sogni di prosperità e ricchezza si
sono rivelati completamente vani, tanto che questo Paese è il più povero
dell’Unione europea. Ancora una volta tutto è stato fatto per
soddisfare l’ingordigia dell’iperliberismo dilagante e dell’usura
internazionale che specula ignobilmente su tutti i popoli tranne quelli
che hanno avuto il coraggio di affrancarsi come quello argentino e
venezuelano. Ma le sorprese in negativo non finiscono qui. Un bulgaro su
cinque vive infatti al di sotto della soglia di povertà, la
disoccupazione è a livelli record, i redditi sono la metà della media
europea e il sistema delle tangenti costituisce una realtà ineluttabile
della vita quotidiana. Plamen Goranov, di 36 anni, l’uomo che si è
immolato per protestare contro la corruzione nella sua città natale,
Varna, è morto dopo essersi versato benzina per darsi fuoco davanti al
Municipio il 20 febbraio scorso. Lo straziante gesto è stato filmato
dalle telecamere di sicurezza mentre si trovava da solo pronto a
compiere l’atto estremo. Goranov per questo viene definito come il
“bulgaro Jan Palach”, lo studente ceco che si bruciò nel 1969 in segno
di protesta contro l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia.
Nonostante gli appelli della Chiesa
ortodossa bulgara contro azioni di questo tipo e così disperate, due
manifestanti bulgari, uno dei quali un padre di cinque figli, ha seguito
i passi di Goranovdando dandosi fuoco. Mercoledì scorso, un altro uomo,
Dimitar Dimitrov, ha fatto lo stesso davanti alla sede della presidenza
nella capitale, Sofia. I parenti del fabbro 51enne, che era ridotto in
condizioni critiche, hanno dichiarato che il gesto era avvenuto dopo che
l’artigiano era finito in povertà assoluta per aver perso il suo lavoro
due anni fa. Da parte loro le guardie della sicurezza situate
all’ingresso del palazzo hanno dichiarato di aver visto l’uomo seduto
per qualche tempo accanto a una fontana, quando improvvisamente ha
tirato fuori una bottiglia piena di benzina e si è bagnato la testa con
il liquido infiammabile per poi darsi fuoco con un fiammifero.
Nonostante si siano precipitati per salvarlo e spegnere le fiamme che lo
avvolgevano completamente, poco è stato possibile fare visto che ha
subito ustioni sul 25 per cento del corpo e problemi respiratori per
l’inalazione di gas velenosi. “Quando si è in grado di controllare le
cose più semplici nella vostra vita, come l'acquisto di cibo per la
famiglia o per il pagamento di utenze, mentre i monopoli chiedono sempre
di più, è solo normale sentirsi tradito, lasciato impotente”, ha
scritto la giornalista Mila Avramova sul quotidiano Trud. “Poi si pensa
al fuoco come l’unico mezzo per essere ascoltati”, ha proseguito il
reporter.
La pratica di
darsi fuoco è stata praticata per secoli e per vari motivi, in
particolare nel Sud-est asiatico, come protesta politica, ma persino per
devozione o rinuncia. Non bisogna dimenticare inoltre che storicamente
il sacrificio con il fuoco rappresenta una potente forma di protesta,
tra cui è utile ricordare quella recente dell’ambulante tunisino
Mohammed Bouazizi che nel 2010 ha scatenato la Primavera araba.
L’attuale
ondata di proteste a livello nazionale che ha colpito la Bulgaria è
stata provocata dagli aumenti delle bollette dell’energia elettrica
causate dalla svendita delle compagnie statali agli stranieri (cechi in
testa), ma a poco a poco si è trasformata anche in una vera e propria
indignazione pubblica contro la corruzione del governo e l’influenza
della criminalità organizzata a tutti i livelli della società. Le
proteste hanno già provocato la caduta del governo di centrodestra, in
segno per la sua incapacità di combattere la povertà e l’ingiustizia. Ma
le proteste anche dopo la fine dell’esecutivo Borisov non si sono
fermate in tutte le piazze fino al sacrificio estremo dei quattro
bulgari. Non bisogna dimenticare comunque che le scelte estreme dei
cittadini di Sofia assomigliano molto ad uno dei più forti esempi di
ribellione contro una dittatura: il sacrificio di Palach, lo studente
ceco che si diede fuoco nel 1969 in piazza San Venceslao nel centro di
Praga per protestare contro l’invasione sovietica che schiacciò le
riforme della Primavera di Praga – un atto che all’epoca risuonò come un
monito in tutto il mondo comunista.
Il gesto di
Palach, ispirò anche altri tre cechi che seguirono da lì a poco il suo
esempio, così come altri oppositori degli invasori russi in Polonia e
Ungheria.
Palach “è morto
perché voleva gridare ancora più forte”, ha dichiarato in un documento
firmato poco prima della fine del mandato da presidente della Repubblica
ceca, Vaclav Havel.
Durante il
comunismo, la Bulgaria ha rappresentato uno dei più fedeli alleati
dell’Unione Sovietica. Tutti i tentativi di dissenso sono stati
immediatamente repressi nel sangue. La vicenda di Palach è rimasta
invece nascosta alla maggior parte dei cittadini bulgari, fino al
collasso del regime avvenuto nel 1989. E’ per questo che la protesta dei
cittadini di Sofia ha preso la stessa forma di quella compiuta dal
giovane ceco alla fine degli anni Sessanta. Ma le critiche stavolta non
sono rivolte ai regimi del socialismo reale, piuttosto rifiutano le
regole imposte dall’usura internazionale In un mondo in cui a dominare
sono i Signori del danaro piuttosto che la politica, a dettar legge non
possono che essere i tecnocrati senza scrupoli di Bruxelles, Francoforte
e Washington, desiderosi soltanto di sfruttare ignobilmente i popoli di
tutto il mondo, in nome della democrazia turboliberista.
Fonte: Rinascita 15 Marzo 2013

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