mercoledì 13 marzo 2013

STUPRO DI GUERRA, UNA VIOLENZA ATROCE CONTRO LE DONNE E L’UMANITÀ




E’ una delle ferite più atroci della storia. In paesi teatro di conflitti e di guerre civili, la violenza contro le donne assume forme inconcepibili. Bisogna fare molto di più. Anche “One Billion Rising” è servito a spezzare il silenzio

di Lidia Giannotti

“One Billion Rising” è stata un’iniziativa globale di denuncia per contrastare la violenza nel mondo contro una sua parte, lanciata dalla scrittrice americana Eve Ensler. Il 14 febbraio, in quasi 200 paesi, in momenti collettivi che hanno coinvolto decine di migliaia di persone, si è voluto dire con balli e flash mob che è necessaria una reazione determinata da parte dei governi e delle società civili. Ogni giorno sulle donne si abbatte una violenza dai numeri e dalle forme impressionanti, che interessa un miliardo di donne. Ogni giorno che seguirà, le vittime di questa “guerra” spietata porteranno ferite di ogni tipo con loro e intorno a loro. Gli artefici di questa violenza ne produrranno altra. Trasferiranno ai più giovani il seme di una violenza che non si ferma davanti a nulla, perché impara e si esercita a disprezzare chi rappresenta un pezzo della propria vita quotidiana, chi rappresenta la sua famiglia, la sua infanzia, il primo sguardo attraverso cui è entrato in contatto con il mondo.
Questo genere di violenza è un aspetto della follia autodistruttiva che colpisce il pianeta, alimentata da guerre, da diseguaglianze, dallo sfruttamento di esseri umani e di beni della Terra.

COMBATTERE IL SILENZIO SULLA CONDIZIONE DELLE DONNE

Non se parla quanto si dovrebbe. Che le violenze contro le donne siano frequenti lo si sa. Maturano lentamente vicino a noi e se ne parla per giorni quando hanno un epilogo tragico; se ne parla poco anche in quel caso se ad essere coinvolte sono giovani straniere, intrappolate nell’orrendo circuito della prostituzione. Quando ce ne arriva l’eco da paesi del terzo mondo e da contesti di guerra, ci scopriamo disinformati e persino impreparati all’idea di poterne sapere di più. Il disorientamento poi è massimo quando sentiamo che, ad abusare del loro potere, sono addirittura militari o funzionari in missione di pace.
 
Queste violenze sembrano essere tutte, comunque, l’effetto di una malattia per la cui guarigione non si fa quasi nulla. E’ delicato intervenire nelle famiglie, è difficile parlarne ai giovani, è anche impegnativo parlarne in un dibattito, temendo un effetto di ghettizzazione. Si è consapevoli poi che nei programmi dei politici realtà così dure ed esplosive potranno venire stipate dentro poche frasi di circostanza.
Non sono passati neanche tanti anni, del resto, da quando l’organizzazione Internazionale per la difesa dei diritti umani Amnesty International scriveva ai suoi soci di non poter inserire nella propria agenda  interventi generalizzati diretti ai governi sul tema della condizione delle donne: non sarebbe stato utile, poiché non ritenuto plausibile e accettabile da alcuni paesi.
Intanto alcuni Stati che eravamo abituati a considerare in cammino, sembrano tornare indietro. Nei paesi nord-africani, dove sono in atto movimenti fortemente critici nei confronti dei governi, in cui convivono istanze di modernizzazione e di radicalizzazione religiosa, c’è il rischio di una regressione della condizione delle donne. In Tunisia si vuole introdurre nella Costituzione un concetto di complementarietà delle donne che sostituisca quello di eguaglianza rispetto agli uomini. In Egitto si verificano scellerate violenze di gruppo nei confronti delle giovani – spesso studentesse – che partecipano alle manifestazioni in piazza Tahrir, al Cairo.
VIOLENZE TERRIBILI NEL CONGO E IN ALTRI PAESI
Purtroppo, più i fatti e i fenomeni sono gravi, più si prova disagio nello scriverne e nel parlarne, talmente inadeguato è il livello di attenzione e di informazione che si percepisce e talmente alto è il rischio di suscitare solo sgomento. Manca quasi il coraggio di proporre di ascoltare le testimonianze delle donne aggredite normalmente in alcuni paesi. Violenze tollerate dai governi e dalle fazioni in conflitto, a volte organizzate, praticamente inserite come una voce nella busta paga di combattenti mercenari. Stupri che finscono per essere arma di guerra, programmati per colpire e umiliare un popolo nemico o una minoranza
Lo stupro di massa è stato spesso utilizzato come strumento di pulizia etnica. Lo si è fatto in modo massiccio in Bosnia (1991 – 1995) e durante la guerra civile in Ruanda (nel 1994). Secondo il Tribunale Penale Internazionale creato dall’ONU per quest’ultimo paese, si è trattato di  un genocidio, con aggressioni sessuali che si stima abbiano riguardato alcune centinaia di migliaia di donne e che erano parte integrante del processo di distruzione sistematica del gruppo etnico Tutsi. Terribili gli episodi di violenza in Sudan e di una ferocia inaudita in Congo, dove continuano senza tregua. Per aumentare profitti e potere, purtroppo c’è chi utilizza la miseria e l’arretratezza di individui capaci di gesti disumani.
CRIMINI CONTRO L’UMANITA’ MA CON POCHE CONDANNE
La “Quarta Convenzione di Ginevra” (1949) considerava reato lo stupro, ma come offesa all’onore delle donne (art. 27). Solo nel 1977, nell’ambito dei due Protocolli aggiuntivi alle quattro Convenzioni, dedicati alla protezione dei civili, si statuiva che le donne dovevano essere oggetto di “un particolare rispetto” ed essere protette «specialmente contro la violenza carnale, la prostituzione e ogni altra forma di offesa al pudore. La svolta c’è stata nel 2008 (il 20 giugno), quando i 15 membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno approvato la Risoluzione 1820, proposta dagli Stati Uniti e sostenuta da oltre 30 Paesi, tra cui l’Italia. La violenza sessuale viene definita “una tattica di guerra per umiliare, dominare, instillare paura, disperdere o dislocare a forza membri civili di una comunità o di un gruppo etnico”. Si pongono quindi le basi giuridiche per processare i responsabili di fronte al Tribunale penale internazionale dell’Aja. Però la risoluzione non prevede come e con quali sanzioni perseguire i responsabili, e nella pratica i casi di applicazione sono stati pochissimi.
Comunque, anche ora che è considerata un “crimine contro l’umanità”, continua ad essere difficile parlare ai governi di questa violenza, quando si verifica nei loro paesi.
 
Uno dei giovani solidali con le donne in piazza Tahrir (anche loro, aggrediti dopo la manifestazione)

ATTENZIONE AI PRESUPPOSTI DELLA VIOLENZA
Non c’è giustificazione per un silenzio così lungo e così profondo e per tanta disattenzione, oggi che le notizie possiamo cercarle facilmente. Deve esserci un’attività di informazione e di sensibilizzazione proporzionata alla gravità e alla diffusione di queste violenze, anche presso le nostre istituzioni, contribuendo, con una maggiore attenzione di tutti, a intraprendere e sostenere azioni a livello internazionale per condannare gli Stati i cui governi tollerano questa barbarie e per adottare interventi efficaci di dissuasione  e repressione.
Le azioni da mettere in atto non sono solo quelle dirette. Molte nostre scelte produttive e commerciali possono alimentare la violenza, aumentando i rischi di instabilità e le interferenze. Mettere in circolazione più armi, ad esempio, significa aumentare il potere dei gruppi più violenti all’interno di alcuni paesi, aumentare la povertà e gli squilibri tra etnie e gruppi sociali, focolai di guerra e di conflitti interni. Nuovi mercati entrano in gioco, attraverso la possibilità di barattare possibili triangolazioni (l’arrivo di armi attraverso imprese di un paese ad un altro paese, in cui è vietato esportarle in base ad accordi internazionali) con lo “smaltimento” di rifiuti pericolosi e radioattivi. Un mercato che contribuisce a bloccare le nostre politiche ambientali e che alimenta corruzione e criminalità. Le organizzazioni criminali, a loro volta, reinvestono in prostituzione, alimentando il commercio spaventoso di ragazze provenienti da paesi forte grado di emigrazione. Le nostre scelte di consumo non possono più essere inconsapevoli e ignorare il circuito tra lotte per il controllo sulle risorse e aumento complessivo della violenza. Se alimentano lo sfruttamento degli esseri umani, vanno cambiate. In genere non c’è neanche una nostra convenienza a conservarle, ma una convenienza di pochi.
AMICIZIA E IDEE CONTRO I VIOLENTI
Le azioni da mettere in atto partono dalla conoscenza dei meccanismi della violenza e dalla denuncia, ma la loro forza esplode attraverso la testimonianza e l’amicizia verso le donne.
Eve Ensler è una persona che ha sofferto e che, girando il mondo, ha raccolto la voce di donne che hanno vissuto esperienze mostruose. La sua proposta, quindi, di mettere in circolazione immagini e sentimenti in forma anche gioiosa, in luoghi inconsueti, in spazi pubblici diversi da quelli in cui sono spesso “collocate” le donne – spazi equivalenti a riserve, di tipo diverso a seconda delle dinamiche di tradizione e di consumo dei vari paesi – è stata pienamente consapevole. Incrociare dati  tragici e parlarne non deve essere cosa diversa e distante dal gesto di ballare e cantare per chiedere di intervenire contro la violenza, facendolo attraverso l’espressione del corpo e dellavoce che la storia, diretta da uomini, ha finito sempre per opprimere, pretendendo di selezionare i modi di quell’espressione. Adesso bisogna organizzare altre azioni, anche portando fuori, alla luce, la volontà e la gioia di esserci e di essere una delle speranze più forti per spostare l’asse di questo pianeta verso la pace.
di Lidia Giannotti


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