E’ una delle ferite più atroci della storia. In paesi
teatro di conflitti e di guerre civili, la violenza contro le donne assume
forme inconcepibili. Bisogna fare molto di più. Anche “One Billion Rising”
è servito a spezzare il silenzio
di Lidia Giannotti
“One Billion Rising” è stata un’iniziativa globale di
denuncia per contrastare la violenza nel mondo contro una sua parte, lanciata
dalla scrittrice americana Eve Ensler. Il 14 febbraio, in quasi 200 paesi, in
momenti collettivi che hanno coinvolto decine di migliaia di persone, si è
voluto dire con balli e flash mob che è necessaria una reazione determinata da
parte dei governi e delle società civili. Ogni giorno sulle donne si
abbatte una violenza dai numeri e dalle forme impressionanti, che interessa un
miliardo di donne. Ogni giorno che seguirà, le vittime di questa “guerra”
spietata porteranno ferite di ogni tipo con loro e intorno a loro. Gli artefici
di questa violenza ne produrranno altra. Trasferiranno ai più giovani il seme
di una violenza che non si ferma davanti a nulla, perché impara e si esercita a
disprezzare chi rappresenta un pezzo della propria vita quotidiana, chi
rappresenta la sua famiglia, la sua infanzia, il primo sguardo attraverso cui è
entrato in contatto con il mondo.
Questo genere di violenza è un aspetto della follia
autodistruttiva che colpisce il pianeta, alimentata da guerre, da
diseguaglianze, dallo sfruttamento di esseri umani e di beni della Terra.
COMBATTERE IL SILENZIO SULLA CONDIZIONE DELLE DONNE
Non se parla quanto si dovrebbe. Che le violenze
contro le donne siano frequenti lo si sa. Maturano lentamente vicino a noi e se
ne parla per giorni quando hanno un epilogo tragico; se ne parla poco anche in
quel caso se ad essere coinvolte sono giovani straniere, intrappolate
nell’orrendo circuito della prostituzione. Quando ce ne arriva l’eco da paesi del
terzo mondo e da contesti di guerra, ci scopriamo disinformati e persino
impreparati all’idea di poterne sapere di più. Il disorientamento poi è massimo
quando sentiamo che, ad abusare del loro potere, sono addirittura militari o
funzionari in missione di pace.
Queste violenze sembrano essere tutte, comunque,
l’effetto di una malattia per la cui guarigione non si fa quasi nulla. E’
delicato intervenire nelle famiglie, è difficile parlarne ai giovani, è anche
impegnativo parlarne in un dibattito, temendo un effetto di ghettizzazione. Si
è consapevoli poi che nei programmi dei politici realtà così dure ed esplosive
potranno venire stipate dentro poche frasi di circostanza.
Non sono passati neanche tanti anni, del resto, da
quando l’organizzazione Internazionale per la difesa dei diritti umani Amnesty
International scriveva ai suoi soci di non poter inserire nella propria agenda
interventi generalizzati diretti ai governi sul tema della condizione
delle donne: non sarebbe stato utile, poiché non ritenuto plausibile e
accettabile da alcuni paesi.
Intanto alcuni Stati che eravamo abituati a
considerare in cammino, sembrano tornare indietro. Nei paesi nord-africani,
dove sono in atto movimenti fortemente critici nei confronti dei governi, in
cui convivono istanze di modernizzazione e di radicalizzazione religiosa, c’è
il rischio di una regressione della condizione delle donne. In Tunisia si
vuole introdurre nella Costituzione un concetto di complementarietà delle donne
che sostituisca quello di eguaglianza rispetto agli uomini. In Egitto si
verificano scellerate violenze di gruppo nei confronti delle giovani – spesso
studentesse – che partecipano alle manifestazioni in piazza Tahrir, al Cairo.
VIOLENZE TERRIBILI NEL CONGO E IN ALTRI PAESI
Purtroppo, più i fatti e i fenomeni sono gravi, più si
prova disagio nello scriverne e nel parlarne, talmente inadeguato è il livello
di attenzione e di informazione che si percepisce e talmente alto è il rischio
di suscitare solo sgomento. Manca quasi il coraggio di proporre di ascoltare le
testimonianze delle donne aggredite normalmente in alcuni paesi. Violenze
tollerate dai governi e dalle fazioni in conflitto, a volte organizzate,
praticamente inserite come una voce nella busta paga di combattenti
mercenari. Stupri che finscono per essere arma di guerra, programmati per
colpire e umiliare un popolo nemico o una minoranza
Lo stupro di massa è stato spesso utilizzato come
strumento di pulizia etnica. Lo si è fatto in modo massiccio in Bosnia (1991
– 1995) e durante la guerra civile in Ruanda (nel 1994).
Secondo il Tribunale Penale Internazionale creato dall’ONU per quest’ultimo
paese, si è trattato di un genocidio, con aggressioni sessuali che si
stima abbiano riguardato alcune centinaia di migliaia di donne e che erano
parte integrante del processo di distruzione sistematica del gruppo etnico Tutsi.
Terribili gli episodi di violenza in Sudan e di una ferocia
inaudita in Congo, dove continuano senza tregua. Per aumentare
profitti e potere, purtroppo c’è chi utilizza la miseria e l’arretratezza di
individui capaci di gesti disumani.
CRIMINI CONTRO L’UMANITA’ MA CON POCHE CONDANNE
La “Quarta Convenzione di Ginevra” (1949) considerava
reato lo stupro, ma come offesa all’onore delle donne (art. 27). Solo nel 1977,
nell’ambito dei due Protocolli aggiuntivi alle quattro Convenzioni, dedicati
alla protezione dei civili, si statuiva che le donne dovevano essere oggetto di
“un particolare rispetto” ed essere protette «specialmente contro la violenza
carnale, la prostituzione e ogni altra forma di offesa al pudore. La svolta c’è
stata nel 2008 (il 20 giugno), quando i 15 membri del
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno approvato la Risoluzione 1820,
proposta dagli Stati Uniti e sostenuta da oltre 30 Paesi, tra cui l’Italia. La
violenza sessuale viene definita “una tattica di guerra per
umiliare, dominare, instillare paura, disperdere o dislocare a forza membri
civili di una comunità o di un gruppo etnico”. Si pongono quindi le basi
giuridiche per processare i responsabili di fronte al Tribunale penale
internazionale dell’Aja. Però la risoluzione non prevede come e con quali
sanzioni perseguire i responsabili, e nella pratica i casi di applicazione sono
stati pochissimi.
Comunque, anche ora che è considerata un “crimine
contro l’umanità”, continua ad essere difficile parlare ai
governi di questa violenza, quando si verifica nei loro paesi.
Uno dei giovani solidali con le
donne in piazza Tahrir (anche loro, aggrediti dopo la manifestazione)
ATTENZIONE AI PRESUPPOSTI DELLA VIOLENZA
Non c’è giustificazione per un silenzio così lungo e
così profondo e per tanta disattenzione, oggi che le notizie possiamo cercarle
facilmente. Deve esserci un’attività di informazione e di sensibilizzazione proporzionata
alla gravità e alla diffusione di queste violenze, anche presso le nostre
istituzioni, contribuendo, con una maggiore attenzione di tutti, a
intraprendere e sostenere azioni a livello internazionale per condannare gli
Stati i cui governi tollerano questa barbarie e per adottare interventi efficaci
di dissuasione e repressione.
Le azioni da mettere in atto non sono solo quelle
dirette. Molte nostre scelte produttive e commerciali possono alimentare la
violenza, aumentando i rischi di instabilità e le interferenze. Mettere in
circolazione più armi, ad esempio, significa aumentare il
potere dei gruppi più violenti all’interno di alcuni paesi, aumentare la
povertà e gli squilibri tra etnie e gruppi sociali, focolai di guerra e di
conflitti interni. Nuovi mercati entrano in gioco, attraverso
la possibilità di barattare possibili triangolazioni (l’arrivo di armi
attraverso imprese di un paese ad un altro paese, in cui è vietato esportarle
in base ad accordi internazionali) con lo “smaltimento” di rifiuti
pericolosi e radioattivi. Un mercato che contribuisce a bloccare le
nostre politiche ambientali e che alimenta corruzione e criminalità. Le
organizzazioni criminali, a loro volta, reinvestono in prostituzione,
alimentando il commercio spaventoso di ragazze provenienti da paesi forte grado
di emigrazione. Le nostre scelte di consumo non possono più
essere inconsapevoli e ignorare il circuito tra lotte per il controllo sulle
risorse e aumento complessivo della violenza. Se alimentano lo sfruttamento
degli esseri umani, vanno cambiate. In genere non c’è neanche una nostra
convenienza a conservarle, ma una convenienza di pochi.
AMICIZIA E IDEE CONTRO I VIOLENTI
Le azioni da mettere in atto partono dalla conoscenza
dei meccanismi della violenza e dalla denuncia, ma la loro forza esplode
attraverso la testimonianza e l’amicizia verso le donne.
Eve Ensler è una persona che ha sofferto e che,
girando il mondo, ha raccolto la voce di donne che hanno vissuto esperienze
mostruose. La sua proposta, quindi, di mettere in circolazione immagini e
sentimenti in forma anche gioiosa, in luoghi inconsueti, in spazi
pubblici diversi da quelli in cui sono spesso “collocate” le donne – spazi
equivalenti a riserve, di tipo diverso a seconda delle dinamiche di tradizione
e di consumo dei vari paesi – è stata pienamente consapevole. Incrociare dati
tragici e parlarne non deve essere cosa diversa e distante dal gesto di
ballare e cantare per chiedere di intervenire contro la violenza, facendolo
attraverso l’espressione del corpo e dellavoce che
la storia, diretta da uomini, ha finito sempre per opprimere, pretendendo di
selezionare i modi di quell’espressione. Adesso bisogna organizzare altre
azioni, anche portando fuori, alla luce, la volontà e la gioia di esserci e di
essere una delle speranze più forti per spostare l’asse di questo pianeta verso
la pace.
di Lidia Giannotti


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