Salvare Berlusconi
dai processi e garantire a Bersani un vero incarico per un
governicchio: è questa la missione delle trattative per il Quirinale?
Peccato che i candidati dei partiti «sono da fare accapponare la pelle»,
protesta Marco Travaglio, che passa in rassegna la nomenklatura
quirinalizia come una galleria degli orrori. A cominciare dall’ex
“dottor sottile” di Craxi, Giuliano Amato, il premier che fece pestare a
sangue i disoccupati a Napoli un anno prima del G8 di Genova, dopo
essersi fatto detestare nel fatidico ’92 con il prelievo forzoso del 6
per mille dai conti correnti degli italiani, un bottino da 93.000
miliardi di lire. Un uomo d’oro, da 31.000 euro al mese, presidente
dell’Antitrust ignaro del super-trust Mediaset, consulente della
Deutsche Bank, membro della Treccani e della scuola San’Anna di Pisa,
nonché consigliere di Monti per i tagli ai costi della politica (mai tagliati). Berlusconi
lo candidò al Quirinale, il centrosinistra l’ha riempito di cariche:
«Nella speciale classifica degli impresentabili è uno dei vincitori di
diritto».
Gianni Letta? «Non lo cito neanche», dice Travaglio nel video-editoriale “Passaparola” sul blog di Grillo, «perché Berlusconi si è rassegnato a non mettere
uno dei suoi: sta cercando di scegliere uno del centrosinistra»,
perfetto come “insospettabile” al momento di proteggere il Cavaliere dai
tribunali. Meglio D’Alema, dunque: «E’ un candidato forte – di Berlusconi,
naturalmente». L’uomo della Bicamerale, «una delle incarnazioni della casta». Specialità: «Distruggere o almeno indebolire il nostro sistema economico», come per la privatizzazione a debito di Telecom nel ‘99 con i famosi “capitani coraggiosi”: «Capitani senza capitali, che si fecero prestare i soldi dalle banche, riempirono la Telecom di debiti e la lasciarono come un colabrodo al loro successore». Era un gruppo di finanzieri, di raider creati in laboratorio, in quella che Guido Rossi chiamò «la “merchant bank” dove non si parla inglese». Era Palazzo Chigi sotto il governo D’Alema, «con la fattiva collaborazione anche di Bersani e di altri geni della politica finanziaria di sinistra», agli onori della cronaca dal caso Unipol al disastro Montepaschi.
Altro nome di primissimo piano, quello di Anna Finocchiaro: «E’ una
specie di Violante in gonnella, nel senso che ha fatto il magistrato
anche se soltanto per due anni a Catania, poi nel 1987 è entrata in
Parlamento e da lì non si è più mossa». Otto legislature all’attivo, un
record che condivide con Emma Bonino. «Ne ha combinate di tutti i
colori, naturalmente: tutti disastri. Nonostante sia un magistrato –
dice Travaglio – in Parlamento si è segnalata, esattamente come
Violante, per inciuci di ogni genere sulla giustizia: è riuscita a
parlare a favore di amnistie, indulti e immunità parlamentare, di cui è
una fervente sostenitrice». Contro l’indipendenza della magistratura, la
Finocchiaro ha detto che i giudici si occupano di troppe cose: «Di
solito lo dice quando qualche suo compagno di partito è coinvolto in
vicende giudiziarie: addirittura ha trovato da ridire
sull’obbligatorietà dell’azione penale, garantita dalla Costituzione».
Ha molto elogiato Andreotti per la sua “assoluzione”, fingendo di
ignorare che Andreotti non è mai stato assolto, ma solo salvato dalla prescrizione per il reato di mafia commesso fino alla primavera del 1980.
Sempre la Finocchiaro è riuscita a nominare capo del suo staff l’ex
vicesegretario craxiano Salvo Andò, un uomo «legato ad ambienti
addirittura malavitosi», assolto in tribunale ma, all’epoca, con
«contatti con elementi piuttosto pericolosi della Catania di un tempo».
La Finocchiaro è riuscita a nominarlo praticamente suo ghostwriter,
«definendolo una personalità di altissimo livello. Pensate: Salvo Andò».
Peraltro, il marito della Finocchiaro, il medico Melchiorre Fidelbo, «è
attualmente sotto processo per truffa allo Stato». Ed è sorprendente,
aggiunge Travaglio, che il Pd non si renda conto dell’imbarazzo che
creerebbe a tutti gli italiani l’ascesa della Finocchiaro sul Colle più
alto. Ma la casta non demorde, e cerca una “foglia di fico” ideale per
mascherare le magagne: un po’ come Pietro Grasso alla presidenza del
Senato, presentato come un eroe dell’antimafia, un feroce inquisitore
estraneo al mondo del potere, «mentre sappiamo che la sua biografia è
esattamente il contrario». Se poi la “foglia di fico” è donna, vale
doppio. E se addirittura si chiama Paola Severino, ci siamo: prima di
diventare guardasigilli del governo Monti, è riuscita a difendere
Caltagirone, la Rai, Fininvest, Eni, Enel, Telecom, Total, Geronzi,
Prodi, Rutelli, Cesa, Formigoni e Mussari del Montepaschi. Un intreccio di contatti e interessi: come spogliarsene, al momento di dover rappresentare l’intero paese?
Altro nome in pista, quello di Luciano Violante, magistrato approdato
in Parlamento negli anni ’80, dove è rimasto parcheggiato per
trent’anni. «L’hanno trasformato in responsabile riforme istituzionali
del Pd e addirittura “saggio”, uno dei 10 mirabili saggi che hanno
partorito quelle porcherie». Vent’anni fa passava per il capo delle
“toghe rosse”, ma oggi è stato candidato al Quirinale da Cicchitto e La
Russa. «Quindi immaginate che parabola, che carrierone, che
soddisfazione essere candidati di Cicchitto e La Russa…». D’altronde, ci
aveva provato anni fa a sdoganare i “ragazzi di Salò” per ingraziarsi
il centrodestra. Dopo aver tentato più volte di diventare giudice
costituzionale, ora «sta giocando la sua partitucola per diventare
presidente della Repubblica», in nome del “grande inciucio”. Parla da
solo il video (cliccatissimo su YouTube) in cui Violante, in aula,
rinfaccia a Berlusconi
i meriti dei Ds: mai fatto una legge sul conflitto d’interessi e mai
dichiarato ineleggibile il Cavaliere, che sotto il governo del
centrosinistra ha visto moltiplicare per 25 il fatturato di Mediaset.
Accanto a Violante, l’imbarazzo palese sui volti di Fassino e Visco: «Certe cose si fanno ma non si dicono».
L’ultimo candidato della casta è Franco Marini, ex sindacalista Cisl,
poi politico democristiano con Andreotti e presidente del Senato nel
2006, fino all’insurrezione dei “mastelliani” contro Prodi, a colpi di
fette di mortadella e bottiglie di champagne, con Marini che li
riprende: «Signori, non siamo all’osteria». Un po’ pochino, come
reazione, per un presidente del Senato. Ma è l’ottica bipartisan: mai
urtare il centrodestra. «In tutta quella legislatura – dice Travaglio –
Marini ha lasciato insultare i senatori a vita, che venivano trattati
come pezze da piedi soltanto perché si permettevano ogni tanto di votare
la fiducia a Prodi». E se questi sono i nomi della casta, di ben
diverso calibro sono i candidati del “Movimento 5 Stelle”, compreso il
“nonno-Nobel” Dario Fo, un po’ il là con gli anni come lo stesso Stefano
Rodotà, giurista di grande valore, un vero indipendente sempre pronto a
battersi per i diritti civili, specie quelli delle minoranze. Gino
Strada? Altro eroe civile, che ringrazia ma rifiuta una candidatura che
ritiene “improbabile”, preferendo continuare a fare il suo mestiere:
salvare vite umane, tra i più poveri. Nella lista 5 Stelle c’è anche
Caselli, nonostante gli arresti in massa dei No-Tav. E poi, un
super-boss del calibro di Prodi: architetto delle privatizzazioni,
ministro, premier, padrino dell’euro e presidente della potentissima
Commissione Europea. Eppure: la percezione dei grillini è quella del meno peggio. Uno che – come diceva Montanelli – “odora di bucato”, non emana fetore di scandali.
Tra i nomi “5 Stelle” anche Bonino, Imposimato e Zagrebelsky.
Valentissimo magistrato, in prima linea contro il terrorismo, la Banda
della Magliana e gli scandali mafiosi del Tav all’italiana, per
Travaglio Imposimato “inciampò” candidandosi con lo Sdi post-craxiano di
Enrico Manca, Bobo Craxi ed Enrico Boselli, schierato contro Mani
Pulite. E se il candidato ideale di Travaglio è Gustavo Zagrebelsky –
grande giurista indipendente e già presidente della Corte
Costituzionale, l’unico in grado di contestare Napolitano «per
l’incredibile aggressione scatenata contro la Procura di Palermo con il
conflitto di attribuzioni per le telefonate captate sul telefono di
Mancino», senza paura di turbare il “Re Sole” del Quirinale – il vero
mistero resta Emma Bonino. Un caso mediatico: «La percezione che si ha
della Bonino non coincide con la sua biografia e la dice lunga su come
la memoria è corta». C’è gente che “adora” sia Gino Strada che la
Bonino? Incredibile: «Gino Strada è stato contro le guerre nell’ex
Jugoslavia, in Afghanistan e in Iraq, mentre la Bonino è stata
favorevole a tutte e tre le guerre».
In Iraq, Emma Bonino «stava dalla parte di chi bombardava». E in
Afghanistan arrivò a dire «cose molto spiacevoli su Gino Strada».
Nel 2007, durante il sequestro di Daniele Mastrogiacomo, quando il
fondatore di Emergency si interpose come mediatore tra i rapitori
talebani del giornalista di “Repubblica”, la Bonino, squalificò
pubblicamente Strada, accusandolo di ambiguità e di non saper
distinguere «tra torturati e torturatori». Gioco pericoloso: «Non si
sputtana un mediatore di un sequestro», dice Travaglio, perché così «lo
si mette anche a rischio». Soprattutto, è bene chiarire: «Gino Strada è
un medico, che soccorre corpi squartati dalle bombe senza distinguere
chi li ha squartati e di quale nazionalità sono le bombe». Accusarlo di
fare il doppio gioco coi torturatori? Suona strano, detto dalla Bonino,
una che «non risulta avere mai protestato vibratamente quando si è
scoperto che le torture le facevano gli angloamericani nel carcere di
Abu Ghraib o a Guantanamo, su semplici prigionieri detenuti senza neppure un’accusa formalizzata».Otto volte in Parlamento, la Bonino: eccessivo dipingerla come un’estranea alla casta. Tre volte parlamentare europea, e candidata nel 1994 con Forza Italia, il partito fondato da Dell’Utri, Previti e Berlusconi. Era il ’94 e Montanelli se ne andò dal “Giornale” perché disse che Berlusconi era in conflitto di interessi: «E una liberale come la Bonino perché non se ne è accorta? Perché ha impiegato 12 anni per accorgersi di chi era Berlusconi?». Fino all’ultimo, prima di essere scaricata in ossequio al Vaticano, riallacciò i rapporti con Berlusconi, che l’aveva mandata a Bruxelles, insieme a Monti, come commissario europeo. «Che riflessi lenti, verrebbe da dire», se ancora nel 2005 diceva: «Con Berlusconi abbiamo iniziato un lavoro molto serio, apprezziamo ciò che sta facendo come premier, ma la posizione dei suoi alleati è nota». Cioè: la colpa del mancato accordo con Berlusconi era degli alleati, di Casini che non la voleva per ragioni “vaticane”.
Lavoro molto serio: con Berlusconi nel 2005? Dopo il decreto Biondi, la legge sulle rogatorie e quella sul falso in bilancio? Dopo la legge Cirielli, la legge Cirami, il lodo Schifani, la legge Frattini sul conflitto di interesse, la legge Gasparri, la legge Castelli sull’ordinamento giudiziario? «Ma cosa ci voleva per accorgersi di cosa stava facendo il Cavaliere? Possibile? Mai una parola sul conflitto di interessi e le leggi-vergogna?». Poi dal 2006 il passaggio armi e bagagli al centrosinistra, per scoprire che Berlusconi era il babàu: «Un po’ tardi: l’editto bulgaro è del 2002», chiosa Travaglio, ricordando l’espulsione dalla Rai di Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi. Sul tappeto, resta la crociata contro l’indipendenza della magistratura e contro l’obbligatorietà dell’azione penale, che rievoca i toni del programma di Craxi e del referendum “radicale” del 1987 contro i magistrati. «Ancora recentemente ha chiesto una norma per punire i magistrati dei loro errori, anche in sede disciplinare, anche quando l’errore non è un errore ma è semplicemente che tu hai preso una decisione e che il giudice successivo ha ribaltato perché si è fatto un’altra convinzione rispetto alla tua».
Il magistrato deve pagare di tasca sua? «Ma questa è una responsabilità civile dei magistrati che non esiste in nessuna democrazia,
perché nessun magistrato farebbe più nessuna inchiesta o nessuna
sentenza di condanna contro un potente, in quanto ovviamente quel
potente poi lo potrebbe rovinare, lo potrebbe mettere sul lastrico». Poi
c’è il voto contrario all’arresto di Cosentino. Motivazione: saremmo
contro l’immunità parlamentare, però c’è. Eh no, protesta Travaglio: se
sei contro non la devi praticare, l’immunità parlamentare. Altro
capitolo, la battaglia contro il finanziamento pubblico ai partiti, che
però non include i soldi a “Radio Radicale”. Quella radio ha grandi
meriti, ma resta un organo di partito: perché mai farla finanziare dallo
Stato? Misteri del Bonino-pensiero, secondo cui quelli di Craxi furono
solo “errori” (non reati), perseguiti in modo
abnorme da una magistratura che agì a senso unico, risparmiando l’ex
Pci. «Balla colossale, perché a Milano l’allora Pds fu raso al suolo».Altra cosa incredibile: Emma Bonino non esitò a battersi «contro gli aiuti alle popolazioni bisognose dell’Afghanistan». Alibi: non si poteva rischiare di “favorire i talebani”. La Bonino si espresse addirittura contro la sospensione dei bombardamenti, richiesta per far passare il corridoio umanitario degli aiuti. Il problema, aggiunge Travaglio, è che gli aiuti non erano destinati ai talebani ma ai profughi, alle vittime civili della guerra. Atlantista di ferro, l’Iron Lady italiana: per lei gli americani hanno sempre ragione, specie quando bombardano. Fedelissima e affidabile, al punto di essere invitata a una riunione riservata del potente Gruppo Bilderberg, santuario dell’oligarchia mondiale che sta svuotando la democrazia in tutto l’Occidente. «Chi non è un po’ addentro all’establishment, al Bilderberg non ce lo fanno entrare neanche per fare le pulizie», conclude Travaglio. Sarà un caso che Emma Bonino si sia pure battuta fortemente a favore degli Ogm?
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