Oskar Lafontaine, il ministro delle finanze tedesco che lanciò
l’Euro, ha chiesto la fine della moneta unica per permettere la ripresa
dell’Europa del sud, avvertendo che il percorso attuale sta “portando al
disastro.”

“La situazione economica sta peggiorando di mese in mese, e la
disoccupazione ha raggiunto un livello che mette sempre più a rischio le
stesse strutture democratiche” ha detto. “I tedeschi
ancora non hanno realizzo che i paesi dell’Europa meridionale, compresa
la Francia, prima o poi saranno costretti dalla miseria a combattere
contro l’egemonia tedesca” ha detto, attribuendo gran parte delle
responsabilità della crisi alla compressione salariale della Germania
per guadagnare quote di esportazione.
(The Telegraph)
Questa volta non è da Oltremanica dove gli euroscettici del partito
Ukip nelle elezioni locali di giovedì scorso in Inghilterra e Galles
hanno ottenuto un successo esplosivo sulla scena politica britannica, ma
è dalla Germania che soffia sempre più forte aria di fronda contro il
progetto dell’Europa unita.
Anche chi è stato fra i più strenui sostenitori dell’euro sta
cambiando idea. E’ il caso di Oskar Lafontaine, l’ex ministro delle
finanze tedesco, le cui parole fanno eco a quelle pronunciate dal capo
del Tesoro francese, Pierre Moscovici, secondo cui “e’ giunta la fine
del dogma of austerity”.
Ebbene, fra il 1998 e il 1999 ha lavorato alacremente nella squadra
che si è occupata di supervisionare il varo dell’euro; oggi è un’altra
storia: è finito a militare nelle fila dei più accesi euroscettici. Come
ricordato dal giornalista Ambrose Evans-Prithard del quotidiano
britannico The Telegraph,
Lafontaine è arrivato a chiedere un break-up della moneta unica per
consentire che l’Europa meridionale possa tornare a crescere. (e Wall Street Italia aveva infatti parlato del caso Fontaine.
“La situazione economica sta peggiorando di mese in mese, la
disoccupazione ha raggiunto livelli che mettono in dubbio la
democrazia”, ha denunciato. A suo avviso “i tedeschi non hanno ancora
capito che l’Europa meridionale, tra cui anche la Francia sarà costretta
per uscire dallo stato di miseria a combattere contro l’egemonia
tedesca prima o poi”, colpevole di guadagnare continuamente quote
sull’export.
Lafontaine sul sito web del Partito della Sinistra tedesca si è
rivolto direttamente alla Cancelliera tedesca, Angela Merkel, dicendole
di svegliarsi dal suo torpore ipocrita e di pensare per una volta anche
ai Paesi in difficoltà per forzare un cambiamento nella politica a spese
degli elettori tedeschi.
Una tesi forte che si ritrova nelle dichiarazioni del ministro
delle Finanze francese, Pierre Moscovici che ha chiesto la fine delle
politiche di austerità, perché non ci siano strappi nelle relazioni fra
Parigi e Berlino.
Sempre più economisti osservano che la moneta comune avrebbe potuto
essere sostenibile se i Paesi della zona euro avessero concordato una
politica salariale comunitaria. Invece così non è stato perché –
spiegano – “le istituzioni stabilite per il coordinamento sono state
aggirate dai governi e oggi il sistema
non funziona”. Una recente analisi riportata dal quotidiano,
Handelsblatt, ha segnalato come Grecia, Portogallo o Spagna dovrebbero
contrarre i loro salari del 20-30% per essere di nuovo competitivi,
mentre la Germania dovrebbe apprezzarli di un ulteriore 20%.
Qualche esperto di mercato ammette l’evidenza e riconosce che “se
apprezzamenti e svalutazioni in tal senso non sono possibili, è meglio
dire addio alla moneta comune“. In fondo “sarà necessario imporre
rigorosi controlli di capitale per regolare i flussi di capitale. Ma
dopo tutto – ricorda – l’Europa ha già compiuto questo primo passo con
il caso Cipro”.
Durante il periodo di transizione, l’Unione europea dovrà fornire
aiuti ai Paesi che dovranno effettuare svalutazioni per evitare un
collasso. Ma c’è anche qualche economista che abbozza a una soluzione.
“Una pre-condizione per far funzionare il sistema monetario europeo
sarebbe quello di riformare il settore finanziario come se fosse una
cassa di risparmio pubblica”. Come ricorda la saggezza popolare, la
speranza è sempre l’ultima a morire, ma gli ultimi dati macro sulla
disoccupazione in Europa la soffocano.
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