Scritto
da: Gianfranco La Grassa
Gli
eventi si susseguono come in un film a fotogrammi accelerati. E tutto lascia
indicare pericoli gravi in tutta l’area mediterranea e nei dintorni. Il colpo
di Stato in Egitto segnala come minimo una seria difficoltà per la neostrategia
degli Usa (quella in parte iniziata nel 2006, ma consolidatasi con Obama) da me
indicata come strategia del caos. Questa ha usato in buona parte anche la
tattica del divide et impera. E’ una strategia non facile da condurre e
orientare; e le divisioni tra coloro che si vogliono sottomettere possono
sfuggire di mano perché non si punta sulla fazione giusta o perché tutto
l’insieme delle relazioni internazionali e di quelle interne ai vari paesi
interessati si va complessificando (e frammentando per destrutturazione
dell’insieme stesso), consentendo l’intervento di soggetti non facilmente
classificabili e con posizioni assai labili e sfuggenti alla logica di chi li
vorrebbe usare quali docili strumenti.
Vent’anni
di rimbambimento della nostra popolazione, con il berlusconismo e
l’antiberlusconismo quale asse di una politica scervellata e meschina,
impediscono di vedere quanto gli avvenimenti egiziani ci riguardino e ci
predicano possibili sbocchi gravi anche in Italia. E’ ovvio che non saranno
eguali a quelli egiziani – anche perché il popolo italiano è relativamente
benestante (sempre in paragone ai paesi dell’altra sponda del Mediterraneo) –
ma avranno andamenti di altrettale pericolosità per il nostro futuro; un futuro
di progressivo impoverimento di gran parte degli strati sociali di questo
paese. In ogni caso, ci si avvierà ad una subordinazione crescente e all’uso
del nostro territorio per ogni evenienza strategico-militare possa essere
escogitata dai predominanti statunitensi.
Piaccia o
non piaccia a certi idioti della sedicente “sinistra” italiana, per alcuni
anni, a causa di un diverso orientamento strategico degli Usa, Berlusconi
riuscì ad essere autore di una politica estera con alcuni riflessi positivi per
i nostri interessi economici (non quelli di autentica autonomia, va da sé). I
vecchi rapporti con la Russia di Putin e la Libia di Gheddafi ne sono
testimonianza. Finita però la pretesa apertamente imperiale (monocentrica)
degli Usa e arrivato Obama (sempre un nome per un dato gruppo dominante), tale
paese si è appunto orientato diversamente e ha posto l’aut aut al “nanetto”
italiano. Si è pretesa da lui una complicità progressiva, ben mascherata nel
corso del suo svolgimento, anche perché i tempi di maturazione della nuova
situazione internazionale, in particolare nell’area mediterranea e viciniore,
non erano del tutto prevedibili nella loro scansione e nella direzione presa
dagli eventi.
In ogni
modo, prima si è deciso di liquidare i vecchi regimi arabi pensando di poter giocare
tra le contraddizioni, reali, interne all’islamismo, dove i vari gruppi si
massacrano volentieri fra loro. Tuttavia, è evidente un qualche fallimento di
tali intendimenti poiché in nemmeno due anni la “primavera araba”, propagandata
come radiosa alba di libertà e democrazia, ha fatto una fine miseranda. Si è
cercato di completare l’opera iniziata in Libia con le manovre antisiriane. Non
dico che queste siano fallite definitivamente, ma sicuramente si sono
ingrippate e stanno mostrando come i campioni della libertà (dalla “dittatura”
di Assad) siano feroci gruppi fortemente finanziati e armati dagli Usa e dai
loro sicari europei. In Egitto, complice una difficile situazione economica, si
è preso atto di ulteriori fallimenti. Credo poco al malcontento di una
maggioranza per la svolta presunta iperislamica di Morsi. Credo assai di più
alla solita collaudata “tecnica” delle manifestazioni di decine di migliaia di
persone (che è sempre possibile raccogliere in qualsiasi luogo, dandosi le
condizioni opportune), le cui notizie (e le foto) sono ben diffuse nel mondo
per dare l’impressione di una volontà popolare – già espressasi appena un anno
fa con elezioni “democratiche” vinte alla grande dagli islamici; e con trauma e
mortificazione degli aperti filo-occidentali, che tutti ben ricordiamo in
gramaglie perché non si aspettavano una simile scoppola! – contraria a quelli
che hanno deluso il premio Nobel per la pace.
Simile
folla, raccogliticcia e rumorosa, non poteva combinare alcunché, ma è servita a
dare il destro ai militari filo-americani per portare a termine l’operazione
già pensata da tempo. Questo è un avvertimento anche per Erdogan, poiché pure
in Turchia l’esercito non è con lui, ma con la Nato, cioè con gli Stati Uniti.
Ed anche lui – dopo un periodo di apparente simpatia e favori, ripagati (come
del resto hanno fatto i Fratelli musulmani egiziani, gli islamici iraniani,
Hamas e altri) con l’appoggio al massacro di Gheddafi e alla distruzione della
Libia, con la minaccia di intervenire in Siria, ecc. – viene accusato di
iperislamismo, di voler mantenere la Turchia in uno stato di arretratezza,
mentre i “laici” filo-Usa sono il non plus ultra della modernizzazione; così
come pure quelli iraniani, ecc. Si tratterà di vedere, fra l’altro, che ruolo
sarà adesso riservato al Qatar (e alla sua rilevante emittente TV), che si è
affrettato ad allinearsi e a capovolgere le proprie posizioni. Ed egualmente si
potrebbe assistere a modificazioni nell’atteggiamento verso Hamas, che sembrava
essere considerato “rinsavito”.
Insomma,
siamo ad una vera svolta, ma confusa e piena di incognite. La “primavera araba”
è finita, la commedia della “democrazia” non funziona più davanti ai carri
armati egiziani, all’imprigionamento dei “legalmente eletti” solo un anno fa,
al programmare nuove elezioni farsa in simile situazione di aperta repressione
militare e di guerra civile strisciante. I cialtroni – al seguito del più
pericoloso nemico oggi esistente, gli Stati Uniti di Obama – ci racconteranno
prossimamente del progredire della “democrazia”, che per loro significa
oppressione, sangue, carcere, violenze a non finire per chi non accetta le loro
infamie, i loro crimini. Per simile gentaglia non c’è onore alcuno, né parola
data; sono gli stessi che hanno eliminato integralmente gli indiani, sono
sempre stati per l’inganno, la prepotenza, l’assassinio. Sono il peggio che
abbia espresso l’umanità dai tempi dei tempi.
2. E per
noi? Che cosa ci riservano questi infami? Adesso intanto raccontano della
“ripresina”, tanto per gettare fumo negli occhi del “poppolo” (di
rincoglioniti) nel mentre si verificano fatti enormi, gravissimi, che mettono
in discussione tutti i nostri interessi, estremamente rilevanti nei paesi
devastati dagli Usa e dai loro sicari (fra cui i nostri poiché, malgrado le
menzogne raccontate, siamo complici del nostro stesso harakiri); quasi
esclusivi in Libia, estesi in Egitto, ecc. Ma saremmo in uscita dal tunnel
della crisi (smentita ogni giorno dai dati e dai fatti) grazie alle piccole e
medie imprese e all’export, in particolare del made in Italy, della nostra
moda, del design così “raffinato”. Buffoni! Ma di questo diremo in altro pezzo,
se ne varrà la pena.
Dopo
vent’anni di scontro polarizzato intorno ad un uomo, senza alcuna incursione
nella vera politica da parte di un personale che desta solo orrore per la
stupidità, insipienza, incapacità di governo, si è cercato di programmare nel
giro di qualche anno un cambiamento di registro. Questo è avvenuto a partire
dal 2009-10, con la piena adesione del “Mostro” creato ad arte da una
“sinistra” di rinnegati ex piciisti, dopo la ben nota svolta dei primi anni
’90, ecc. E’ evidente che quello da me denominato “ceto medio semicolto” –
ormai sostitutivo della mitica Classe (operaia) nell’elettorato della
“sinistra” – non riesce a digerire che il “Mostro” non sia più tale. Tuttavia,
si è proceduto egualmente, mascherando però il tutto con la piena connivenza
dell’“incriminato”, al quale è stato chiesto di mugugnare, di fare il ritroso,
di alternare il “non c’è altro governo possibile” alle inconcludenti minacce di
togliere ogni appoggio ai designati da Obama (con l’adesione del presdelarep)
se non si fa una politica economica più “liberista”; e via dicendo.
Quel che
avviene in Italia, però, non è comprensibile senza l’insieme della politica
internazionale, caratterizzata dall’incipiente (anzi ormai qualcosa di più che
incipiente) multipolarismo. Non è un caso che io insista fin dal 2008 nel
ricordare l’ultimo quarto del secolo XIX. In un certo senso, pur se è inutile stare
sempre a ripetere che la storia non si ripete in forme perfettamente eguali –
esistono in effetti le ricorsività, ma sempre con elementi di distacco e
differenza rispetto al passato – si può ben dire che sta iniziando una nuova
“epoca dell’imperialismo”. Come aveva ben capito Lenin, quella a cavallo tra
otto e novecento non c’entrava con il semplice colonialismo poiché era
caratterizzata dalla creazione di filiere di pre e subdominanti nei vari paesi
capitalistici (allora prevalentemente capitalistico-borghesi). Per questo, da
tempo ho proposto di sostituire imperialismo con policentrismo (l’imperialismo
fu dunque una delle ricorsività avente la forma specifica dell’epoca) la cui
prima fase – con il paese centrale dell’epoca passata ancora più forte delle
potenze nascenti e in crescita – è appunto il multipolarismo.
Oggi, gli
Usa, come già l’Inghilterra di allora, vanno ponendo, con alternanza di
successi e fallimenti, seri ostacoli alla crescita delle possibili potenze
alternative. Diciamo pure che, al momento, la supremazia americana è ancora più
netta di quella inglese di fine ‘800. Tuttavia, la lotta è in corso di
svolgimento e con soluzioni che, come allora, sono estremamente cangianti e
difficili da seguire nel loro caotico avvicendarsi. Si parla molto del BRIC
(magari con l’aggiunta della S), ma non vi è dubbio che le due potenze più
pericolose per gli Stati Uniti siano Russia e Cina. Quel che accade in oriente
(nell’area del Pacifico) sembra al momento meno caotico; la situazione si
presenta invece particolarmente complicata a ovest della Russia.
In
quest’area non vi è dubbio che l’Europa è pur sempre decisiva, anche perché
“contiene” la gran parte dei paesi a capitalismo avanzato; in essi è finito da
tempo il capitalismo borghese (nato in Inghilterra soprattutto con la
“rivoluzione industriale” del 1760-1840), senza che si sia formato, in senso
definitivo e pienamente conforme alle sue caratteristiche, quello dei
funzionari del capitale, affermatosi definitivamente negli Usa alla fine
‘800-primi ‘900 e vittorioso sul piano mondiale dopo il lungo confronto del
secolo XX (con quello borghese e con quello definito impropriamente “socialismo
reale”). Per conservare il più a lungo possibile i frutti della sua vittoria,
questo capitalismo ha bisogno a mio avviso di dominare in modo sempre più
incontrastato sull’Europa, che però, lo ripeto, non si è uniformata in modo
esaustivo come formazione sociale a quella americana, a quella dei funzionari
del capitale. Da ciò deriva una debolezza cui si fa fronte ancor oggi con il
mantenimento della Nato (pur essendo finito il mondo bipolare), con
l’impedimento frapposto alla crescita di classi dirigenti autonome e
concorrenti. Si cerca sempre di favorire il prevalere delle classi da me
definite dei “cotonieri”, che trovano il loro interesse nella creazione di
sistemi socio-economici integrati, ma perché dipendenti e complementari,
rispetto a quello statunitense, la cui preminenza si avvale dell’avanzamento
tecnologico nei più moderni e innovativi settori che assicurino forza e
capacità bellica sovrastante.
Nessun
paese europeo deve sfuggire al controllo degli Usa, nessuno deve cominciare ad
orientarsi maggiormente verso est (il che significa di fatto verso la Russia).
Il controllo d’Europa è decisivo anche per migliorare la situazione (di
accerchiamento/contenimento del grande paese eurasiatico) nella zona sud,
sud-est, a partire già dal nordafrica e andando al medioriente e oltre.
Tuttavia, sembra chiaro che il controllo del nordafrica, piuttosto lontano
dalla Russia, intende avvalersi dell’“ammodernamento” dei regimi subordinati
agli Usa per meglio stabilire posizioni di preminenza nella stessa Europa.
D’altra parte, “di ritorno” (e per l’interazione dei diversi fenomeni che da
causa diventano effetti e viceversa), le azioni di consolidamento della presa
statunitense in Europa vengono utilizzate pure per migliorare le opportune
strategie da impiegare in tutta l’area sud e sud-orientale.
Infine,
si tenga presenta che, per lunga tradizione storica, differente è la forza dei
subdominanti nei diversi paesi europei; decisamente maggiore nell’area
settentrionale rispetto ai paesi, appunto, mediterranei. Quindi anche l’azione
di preminenza esercitata dagli Usa in Europa deve differenziarsi a seconda
delle varie zone. E’ necessario prendere le mosse dalla configurazione che sono
andati assumendo i rapporti internazionali nella nostra area, e in quella
vicina africana e mediorientale, per meglio valutare che cosa stia accadendo in
Italia. Sembra di poter constatare che il mutamento strategico statunitense,
precisatosi soprattutto negli ultimi anni, ha ormai bisogno di accelerare date
trasformazioni nella subordinazione italiana. Abbiamo rilevato più volte come
la rielezione a presidente del migliore “fiduciario” (chiamiamolo così) degli
Stati Uniti fosse stata decisa ben prima che si svolgesse tutta la recita con
l’apparente “sacrificio” di alcuni pretendenti. E così pure l’attuale governo è
la continuazione, post-elezioni, di quello Monti, con gli opportuni cambiamenti
tattici e più che altro verbali; è ovvio che non può, né deve, durare oltre
certi limiti temporali. Non sembra che tutto vada secondo i piani. Non nel
nordafrica, dove la “primavera araba” è nella sostanza fallita, non in
medioriente dove in Siria non sono stati conseguiti risultati apprezzabili. Non
va bene in Turchia, non migliora gran che per il momento in Iran; e via
dicendo.
L’Italia
è un’ottima base operativa, non si può perdere troppo tempo nemmeno qui. Il
buon “alleato” e fiduciario è vecchiotto, il governo Letta è in situazione di
costante transitorietà, la complicità di Berlusconi rischia di logorarlo e
“sputtanarlo” in questa sua rilevante funzione, finora svolta con discreto
successo. E’ ovvio che non si può andare avanti così per anni. Dobbiamo quindi
aspettarci l’accelerazione dei processi di imputridimento economico, politico e
sociale atti a preparare magari cambi improvvisi di regime; cercando di farli
accettare ad una popolazione al limite della sopportazione, ma incapace di
capire questi complessi giochi con al centro gli Usa e con varie complicità in
zona europea e, in specie, italiana.
Questo
sia il quadro orientativo della nostra futura analisi. E avvertiamo sempre chi
ci legge del pericolo di precipitazioni assai negative favorite da un ceto
politico estremamente degenerato. E mettiamo pure sull’avviso, con puntualità,
della presenza di molti ribaldi che, esattamente come negli anni del
“sessantottismo ultrarivoluzionario”, fanno il gioco dei “cotonieri” e dei loro
“politicanti”, sbandierando un linguaggio critico, in realtà sviante rispetto
alle determinanti reali della crisi che il paese sta attraversando; per
null’affatto soltanto economica e tanto meno legata alla “cattiva finanza”. Ci
sono imbroglioni e fetenti di tutti i tipi; e chi ha vissuto gli anni ’70 sa
bene come agiscono e da chi sono “pagati”. Attenti a questi fottuti e figli
di…..!
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